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Dodici mesi intensi. A Capodanno è iniziato il semestre di presidenza irlandese, cui seguirà, da luglio, il “turno” olandese. Molte sono le scadenze imminenti, a cominciare dalla fatidica data del 1° maggio quando l’Unione amplierà i confini accogliendo dieci nuovi Paesi: Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Estonia, Lettonia, Lituania, Cipro e Malta. Tra il 10 e il 13 giugno si svolgeranno le elezioni per il nuovo Parlamento di Strasburgo, che passerà, in virtù dell’allargamento, da 626 a 732 membri. L’ultimo vertice dei capi di Stato e di Governo tenutosi nella capitale belga ha invece dato mandato alla presidenza irlandese di riferire al Consiglio di marzo circa la possibilità di riavviare le trattative per la stesura della Costituzione Ue. Nel programma di Dublino, reso noto nei giorni scorsi, figurano il programma finanziario 2007-2013, il rilancio della competitività economica secondo la “strategia di Lisbona”, l’avvio dei negoziati per l’ingresso nella comunità di Romania e Bulgaria, un primo sondaggio per scegliere il successore di Romano Prodi alla guida della Commissione a partire dal 1° novembre. Il ministro degli esteri irlandese Brian Cowen, assumendo le redini dell’Ue, ha dichiarato: “I 25 Stati devono muoversi insieme, questo è il solo modo in cui l’Europa può andare avanti”. Sulla ripresa dei lavori per il Trattato costituente ha aggiunto: “Bisogna dare tempo alla riflessione”. Sulla stessa lunghezza d’onda il premier Bertie Ahern che si è dichiarato contrario a una Europa “a due velocità”, sostenendo che “essa creerebbe disparità e divergenze che non sarebbero certo buone per gli europei”. Le incognite non mancano. Ma nello scenario europeo del nuovo anno i problemi non possono essere sottovalutati. A partire dalle minacce rivolte verso personaggi e istituzioni Ue. Si pensi agli attentati – per fortuna senza gravi esiti – rivolti contro lo stesso presidente della Commissione, il presidente della Banca centrale Jean Claude Trichet e le sedi del Parlamento e di Bruxelles nonché di Europol ed Eurojust. Una preoccupante serie di “avvertimenti” che hanno toccato le città di Bologna, Francoforte e L’Aja e che hanno proiettato sulle capitali istituzionali dell’Unione la cupa ombra del terrorismo internazionale. Altri punti di domanda incombono poi sul futuro comune, a partire da un euroscetticismo crescente, alimentato dal fallimento della Conferenza intergovernativa e dal “raffreddamento” dell’opinione pubblica verso il processo di integrazione che potrebbe far lievitare l’astensionismo alle elezioni per l’Europarlamento oppure premiare liste e partiti politicamente tiepidi se non avversi al cammino unitario. Tali tendenze euroscettiche sono legate alla distanza che ancora si avverte tra cittadini e istituzioni dell’Ue, spesso accusate di non essere concretamente utili nell’affrontare i problemi quotidiani quali l’occupazione, il miglioramento degli standard di vita, la sicurezza interna e la pace internazionale. Alcune certezze e grandi obiettivi. In questo quadro vanno rilevati pure gli elementi positivi, che consentono di guardare avanti con fiducia. L’irreversibilità del cammino di integrazione, nonostante la battuta d’arresto di Bruxelles, si conferma nella volontà espressa da Consiglio, Parlamento e Commissione di dare una Costituzione all’Unione del futuro. Altrettanto importante è la continuità che le tre istituzioni e la tanto vituperata burocrazia europea assicurano all’Ue. Incoraggianti segnali giungono inoltre dai dati macroeconomici che indicano, accanto al successo dell’euro, una ripresa del ciclo produttivo e commerciale, che potrebbe avere effetti indiretti sui livelli occupazionali. Di tutt’altro genere, ma da non sottovalutare, sono infine i segnali che giungono dalla società europea: la cultura si conferma strumento determinante per avvicinare i popoli; lo sport fa breccia tra le persone di ogni età e in questo Anno europeo per l’educazione attraverso lo sport esso supererà i confini nazionali, avvicinando i giovani del continente; il dialogo interreligioso può contribuire a edificare una “casa comune” che si fonda su valori umani universalmente condivisi. L’ ampliamento dei confini richiede infatti il contestuale approfondimento delle radici e degli obiettivi: “quantità” e “qualità” dello sviluppo dell’Unione devono procedere di pari passo.