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Settimana per l’unità dei cristiani: una riflessione dell’arcivescovo di Atene” “
Il tema scelto quest’anno per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, “Io vi lascio la mia pace” (Gv 14, 23-31) che si celebra dal 18 al 25 gennaio pone al centro della riflessione la pace. “Le Chiese vogliono operare per una pace fondata sulla giustizia e sulla riconciliazione. Ma perché rendano testimonianza credibile e possano favorire il processo di pace è la provocazione dell’arcivescovo di Atene, mons. Nikolaos Foskolos , presidente dei vescovi della Grecia, paese di ‘frontiera’ per il dialogo ecumenico – devono prima di tutto fare in modo che la pace regni tra di loro e al loro interno”. Il Sir lo ha intervistato.¤ In che modo il dialogo ecumenico può favorire la pace? “La pace e l’unità tra le varie fedi cristiane non può che avere ripercussioni positive sulla pace nel mondo. Il messaggio evangelico è chiaro: il mondo crederà quando tra tutti regnerà la carità e la concordia. Le guerre religiose nei tempi passati hanno provocato molti danni e conseguenze nefaste per la pace. Dunque dalla unità dei cristiani può sbocciare un tempo di concordia e di pace”. Si parla molto di ecumenismo di ‘base’ e di ‘Istituzioni’ per indicare due velocità di questo cammino. E’ d’accordo con questa visione? “E’ un fatto reale. Viviamo un ecumenismo a due velocità. In Grecia lo sappiamo bene: a livello istituzionale si stanno compiendo molti sforzi di riavvicinamento. Il popolo, invece, fa meno fatica, è più ecumenico. Credo che i responsabili delle comunità religiose debbano cercare di far diminuire la distanza tra le due velocità”. E come? “Ad esempio migliorando l’informazione sul dialogo. A volte si usano linguaggi diversi per descrivere il dialogo tra le Istituzioni e nel popolo. Bisogna dare un’informazione rispettosa della verità mostrando quanto si dice e si fa per il dialogo. Credo che un particolare riguardo debba essere dato ad azioni concrete che promuovono l’unità, senza tacere per questo le difficoltà, che pure non mancano”. Tacerle sarebbe, in fondo, poco realistico… “Non sono mai stato favorevole ad un ecumenismo fatto solo di baci ed abbracci. A volte credo che su questi temi ci sia un po’ troppo ottimismo. Un certo ottimismo che nasce da atteggiamenti apparentemente ecumenici. Nel dialogo ecumenico bisogna parlarsi chiaramente, senza nascondersi talune verità per non scontentare nessuno. Bisogna mostrarsi come siamo veramente, saremo più rispettati e non creeremo illusioni. Bisogna parlarsi nella verità e nel rispetto della carità cristiana. Tacendo le difficoltà non si va avanti”. Il dialogo ecumenico non è disgiunto dal dialogo interreligioso. Una cristianità divisa come può relazionarsi con le altre fedi? “Il dialogo interreligioso presenta una difficoltà maggiore dovuta proprio alle divisioni all’interno della cristianità. E’ difficile iniziare un dialogo con altre fedi quando ci sono visioni diverse tra cattolici, protestanti, ortodossi. Una cristianità unita, invece, può dialogare meglio, questo è indubbio”. Il 2004 è l’anno dell’allargamento europeo. Molti Paesi, specie dell’Est, a maggioranza ortodossa temono di perdere la propria identità sociale e religiosa. In che modo le Chiese possono allontanare questo timore? “Il 2004 non è solo l’anno dell’allargamento ma è anche l’800° anniversario della IV crociata (1202-1204, bandita da Innocenzo III, ndr) nella quale Costantinopoli venne conquistata e saccheggiata, così come la chiesa di Santa Sofia, ed instaurata la gerarchia latina in luogo di quella orientale. Un’impronta negativa ancora presente nella mentalità ortodossa. Un atteggiamento che potrebbe cambiare di fronte a fatti concreti, quelli auspicati dal Concilio Vaticano II. Sarebbe un modo di riscoprire quelle radici comuni europee che il Papa da sempre richiama e di far respirare a ‘due polmoni’ il nostro Continente”.