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Il riavvicinamento dei Paesi influenzati da cristianesimo ” “e umanesimo e la tutela di una società multiculturale ” “” “
L’Unione europea allarga i confini e, in un colpo solo, si estende ai Paesi che furono satellite di Mosca e alle isole del Mediterraneo. Quali saranno i problemi e i vantaggi per i “vecchi” e i “nuovi” aderenti? La Costituzione Ue verrà approvata prima dell’ampliamento, fissato per il 1° maggio? Quale il ruolo dei cattolici in questa fase? Gianni Borsa (Sir) ne parla con Emiel Lamberts , docente di Storia politica e religiosa d’Europa all’Università di Lovanio (Belgio). Autore di numerosi studi sulla storia del movimento cattolico europeo, presidente dell’Academia Belgica di Roma, Lamberts è presidente del Kadoc, Centro di documentazione per la religione, la cultura e la società. Tra poche settimane l’Europa vedrà cadere altre frontiere e l’Unione si amplierà verso Est e verso Sud. È veramente un passo storico? “Si tratta, soprattutto, di un ampliamento verso Est. Si può dire che è effettivamente un fatto di grande rilevanza storica. Dopo la scomparsa della ‘monarchia duale’ (Austria-Ungheria), dopo la prima Guerra mondiale, l’Europa centrale e dell’Est hanno conosciuto un periodo caratterizzato da una grande instabilità. Questa regione è stata inoltre oggetto diretto delle mire delle potenze vicine, come la Germania nazista e poi l’Unione sovietica. Tra qualche mese gli eredi della ‘monarchia duale’ (la Repubblica Ceca, la Slovacchia, l’Ungheria e la Slovenia) e inoltre la Polonia e gli Stati baltici aderiranno, di loro spontanea volontà, a una comunità di Paesi con un carattere democratico”. Quali importanti conseguenze vede all’orizzonte? “Facendo ciò, essi assicureranno allo stesso tempo la stabilità e la pace in questa parte d’Europa e si proteggeranno contro l’eventuale espansionismo della Russia. Quindi anche l’Europa occidentale potrà approfittare di questa congiuntura. Vale inoltre la pena notare che la nuova Europa, che nascerà a maggio, rappresenta, in qualche modo, una applicazione adattata della politica di equilibrio del cancelliere austriaco Metternich che, nella prima metà del XIX secolo aveva l’ambizione di assicurare la pace in Europa con un sistema di pesi e contrappesi tra le grandi potenze continentali. L’importanza storica dell’imminente estensione dell’Unione europea si situa dunque in primo luogo sul piano della geopolitica internazionale. Inoltre possiamo notare che l’Ue è in procinto di includere, con questa fase di estensione, tutti i Paesi europei, salvo la Svizzera, che hanno fortemente subito l’influenza del cattolicesimo romano”. Quali potrebbero essere, secondo lei, i vantaggi più evidenti dell’allargamento? “Ne riscontriamo diversi. Anzitutto a livello di politica internazionale: pensiamo alla difesa della stabilità e della pace in Europa, al rafforzamento dell’influenza dell’Ue nel mondo. Quindi sul piano socio-economico: la creazione di un mercato economico senza eguali; l’integrazione di diversi Paesi con un grande potenziale di crescita, con una popolazione a elevato livello d’istruzione. In terzo luogo si possono intravedere vantaggi in campo socio-culturale: il riavvicinamento di tutti i Paesi che sono stati influenzati dalle grandi tradizioni della civiltà occidentale (ossia la congiunzione tra cristianesimo e umanesimo), processo che dovrà essere accompagnato dalla tutela di una società multiculturale (l’unità nella diversità)”. Ma ci saranno anche dei rischi legati all’ampliamento dei confini comunitari… “Certo. Il processo d’integrazione è stato accelerato dall’implosione del sistema comunista nell’Europa orientale. L’operazione non è stata preparata adeguatamente: soprattutto le strutture politiche dell’Ue non sono state sufficientemente adeguate. Occorre poi aggiungere che le economie di diversi Stati non raggiungono un livello di sviluppo sufficiente, il che può comportare dei ‘terremoti’ sia nella vecchia che nella nuova Europa. Si pensi alla possibile delocalizzazione di certe industrie e al problema dei flussi migratori interni. Ancora: le economie dei nuovi ‘soci’ non si sono ancora adattate ai ritmi e agli standard di un’economia libera. Esse sono inoltre ipotecate da una disastrosa eredità sul versante dell’ecologia. Aggiungiamo infine che le democrazie parlamentari non sono radicate nei nuovi Stati membri. Persino la società civile, i movimenti associativi, sono ancora in una fase di ri-costruzione. Tutto ciò richiederà senza dubbio un lungo periodo di transizione”. Il futuro dell’unità tra gli Stati europei avrà più chances dall’integrazione economica, da quella politico-istituzionale o da quella culturale? “Il sostegno dell’opinione pubblica è indispensabile per il processo di integrazione che si compie in modo pacifico e democratico. In passato l’opinione pubblica è stata meno decisiva nel processo di unificazione di altri Stati. Così l’unificazione tedesca come quella italiana benché si appoggiavano sul sentimento nazionale si sono realizzate principalmente grazie alle guerre e alle successive rivoluzioni. Anche la trasformazione degli Stati Uniti in un vero Stato federale è stata raggiunta attraverso una sanguinosa guerra civile tra il 1861 e il 1865. L’unificazione del Vecchio continente si vuole pacifica e democratica e deve pertanto essere sostenuta dai popoli. D’altronde sono proprio i temi che toccano i cittadini e l’opinione pubblica che accelerano il processo di integrazione. L’esperienza storica prova che sono i positivi risultati della cooperazione economica che hanno convinto i cittadini della necessità di perseguire l’integrazione. L’integrazione politica e istituzionale è in relazione con quella economica. Essa potrebbe acquisire un peso più rilevante in futuro, quando la situazione internazionale esigerà dall’Ue una politica estera e una politica militare più indipendenti e dinamiche. Ciò dipenderà soprattutto da come si svilupperanno i rapporti con gli Stati Uniti”. E a proposito della cultura? “L’integrazione culturale non mostrerà una dinamica indipendente: nell’Unione europea i fattori culturali sono in gran parte condizionati dalle esigenze economiche (per esempio nel settore dell’insegnamento e della ricerca scientifica). A lungo termine, si svilupperà inevitabilmente una identità culturale più percepibile in Europa, che potrà quindi giocare a sua volta un ruolo di stimolo nel processo di ulteriore integrazione”. Il fallimento del summit di dicembre e della Conferenza intergovernativa hanno rimandato sine die l’approvazione della Costituzione. Era necessario giungere a questo risultato prima dell’allargamento oppure il cammino dell’Unione può proseguire indipendentemente dalla Costituzione? “Anzitutto una nota preliminare. C’è sempre una possibilità concreta che la Costituzione europea, elaborata dalla Convenzione, sia approvata e adottata prima delle elezioni del Parlamento di Strasburgo, a giugno. Questa ipotesi sarebbe senza alcun dubbio preferibile. L’accesso di dieci nuovi Stati membri domanderà una politica energica per risolvere una serie di problemi che emergeranno. Le regole del gioco politico, che sono state scritte per il funzionamento di una Unione più ristretta, non basteranno d’ora in avanti. Bisognerà dunque adattarle, se possibile prima del mese di maggio, per non ipotecare eccessivameente il rodaggio dell’Ue, che si dovrà confrontare con problemi crescenti. Se, purtroppo, la nuova Costituzione non sarà adottata per quell’epoca, il dibattito si prolungherà in condizioni difficili. Ma gli ottimisti non disperano: l’esperienza insegna che il processo decisionale si sviluppa in modo abbastanza lento e laborioso nell’Ue. È il prezzo che si deve pagare per la costruzione dell’Europa per quella via pacifica e democratica di cui parlavamo prima. In fondo, tutti gli Stati sono convinti che l’integrazione europea deve prendere posto in questo mondo globalizzato. A questo riguardo, c’è da attendersi che ogni Paese farà i sacrifici necessari per raggiungere lo scopo”. Quale contributo specifico possono dare oggi i cattolici europei all’integrazione fra i popoli e gli Stati? “La presenza dei cattolici sarà rafforzata nell’Unione con l’ingresso della Polonia, dell’Ungheria, della Repubblica Ceca, della Slovacchia e della Slovenia. Questo non implica che essi debbano adoperarsi per costruire una posizione di forza nell’Unione, ma essi avranno quanto meno maggiori possibilità di valorizzare le loro convinzioni sociali e politiche e i loro valori morali e religiosi nello spazio europeo. Essi possono dunque approfittare di questa opportunità per difendere le libertà e i diritti delle Chiese e delle diverse comunità religiose, in uno spirito di tolleranza e di rispetto reciproco. Essi devono difendere i valori cristiani e umani nella società europea e introdurre i principi di giustizia e di solidarietà nella vita sociale e politica. Per perseguire questi obiettivi, occorrono sia un impegno personale che una complessiva strategia politica. Inoltre essi devono aver cura, in un’epoca minacciata da un individualismo crescente, di preservare e rafforzare i legami tra i cittadini”.