l'europa dei 25" "

La matassa da sbrogliare” “

Competitività economica,” ” lavoro, coesione sociale: ” “un’unica grande sfida” “” “

Il “triangolo istituzionale” europeo cerca di sbrogliare la matassa dei problemi legati alla competitività economica dell’Unione, cui sono collegate le questioni dell’occupazione e della coesione sociale nei 25 Stati membri. Ormai a Bruxelles e Strasburgo si ragiona come se l’allargamento a Est fosse già avvenuto, benché l’imminenza del 1° maggio renda improrogabili alcune riforme, il rilancio delle politiche comunitarie e l’approvazione della Costituzione Ue. UN CONSIGLIO EUROPEO DEDICATO ALLA “STRATEGIA DI LISBONA”. Parlamento, Commissione e Consiglio dell’Ue hanno affrontato congiuntamente in settimana i temi che saranno all’ordine del giorno del summit del 25 e 26 marzo nella capitale belga, sotto la presidenza di turno irlandese. Intervenendo nella sede dell’Europarlamento a nome del Consiglio, il ministro irlandese DICK ROCHE ha affermato che “la presidenza irlandese considera una priorità del suo programma l’implementazione della strategia di Lisbona. Siamo infatti a metà del cammino che ci porterà al 2010 (la data fissata per fare dell’Unione la regione con l’economia più competitiva al mondo, fondata sulla conoscenza, la sostenibilità e la qualità del lavoro – ndr.) e, benché molti progressi siano stati fatti in merito alla liberalizzazione energetica, al mercato interno e ai servizi finanziari, rimane molto da fare”. Il Consiglio dovrà quindi “diffondere un messaggio di fiducia, per evidenziare l’esistenza di una volontà politica comune di fare le riforme”. Roche ha poi riproposto le due “grandi priorità per il semestre: la crescita sostenibile e la creazione di posti di lavoro numerosi e di migliore qualità. Occorre aumentare la competitività della nostra economia – ha affermato – per far fronte alle sfide mondiali; per questo occorrerà concentrarsi soprattutto sui servizi finanziari e sul terziario”. La presidenza di turno insiste poi sull’urgenza di colmare i ritardi nei confronti di Stati Uniti e Giappone riguardo gli investimenti sul “capitale umano”. INVESTIMENTI PER RICERCA, SVILUPPO E INNOVAZIONE. La Commissione dal canto suo insiste affinché si imbocchi con coraggio la via dello sviluppo e delle riforme: il che comporta un incremento di risorse disponibili per le politiche comunitarie, per la formazione e la ricerca. L’Esecutivo sostiene che i trasferimenti degli Stati verso Bruxelles debbano passare dall’attuale 1% del Pil, all’1,14 nel prossimo decennio. Ipotesi questa osteggiata da diverse capitali. PEDRO SOLBES, il commissario che si occupa di moneta e questioni finanziarie, ripropone tre direttrici per dar corpo alla “strategia di Lisbona”: “Anzitutto dobbiamo complessivamente investire il 3% dei nostri Pil su ricerca, sviluppo, infrastrutture e innovazione. Deve infatti essere colmato il divario che ci separa dalle economie più avanzate e occorre fare da volano anche ai sistemi economici dei nuovi paesi membri”, molto più arretrate rispetto alla media Ue. “In secondo luogo è necessario ridare competitività alle piccole e medie imprese” (lo stesso tema è stato più volte sottolineato, assieme a quello del lavoro, durante il dibattito in Parlamento di mercoledì 25 febbraio – ndr.). Infine dobbiamo creare degli incentivi per aumentare la vita lavorativa, così da posticipare il ricorso alla pensione”. La Commissione da tempo collega lo sviluppo economico alla riforma dei sistemi di welfare nei 25. “Non possiamo rimandare queste decisioni – aggiunge Solbes – e ci serve una complessiva governance economica, perché le sfide dell’economia mondiale non possono essere sostenute dai singoli Stati”. ATTENZIONE PRIORITARIA AL “FATTORE UMANO”. Accorato l’appello della commissaria all’istruzione e alla cultura, VIVIANE REDING. “Non si può trascurare la dimensione umana e sociale della strategia di Lisbona. In cima ai nostri pensieri ci devono essere l’occupazione, la formazione dei giovani, la valorizzazione delle risorse umane. Quindi cambiamo rotta: bisogna accrescere la durata media degli studi, anche elaborando sistemi educativi più moderni ed efficaci; vanno incrementati gli investimenti nella ricerca, sia pubblici che privati; deve essere rilanciato, con sostegni concreti, il ruolo-chiave delle università”. Ma su questi temi proprio mercoledì Eurostat ha diffuso i risultati di uno studio che evidenzia un grave ritardo sugli investimenti per la ricerca: attualmente nell’Ue si raggiunge appena il 2% del Prodotto interno lordo. Agli ultimi posti si collocano Italia (1,07%), Portogallo (0,84) e Grecia (0,67). La Svezia (4,67%) è invece al primo posto, seguita da Finlandia, Germania e Francia. Tra i dieci nuovi membri Ue la media degli investimenti non raggiunge l’1% del Pil.