Lo scorso 16 febbraio l’arcivescovo di Vilnius, card. Audrys J. Backis, ha celebrato in cattedrale la Messa per la Giornata dell’indipendenza nazionale alla presenza del capo dello Stato, Rolandas Paksas e di numerosi leader politici. Commentando l’insegnamento di Paolo sull’unità dei cristiani, l’arcivescovo ha richiamato “l’impegno di tutti per l’unità e la verità” auspicando “un’unità senza vincitori né vinti”. Soffermandosi poi sugli “effetti dell’ateismo sovietico che ha distrutto il senso dell’autorità che deve unire, non dividere”, il card. Backis ha insistito sull'”urgenza di andare oltre i propri interessi personali ed impegnarsi per il bene comune della società” e per la difesa della “fragile libertà nazionale”. Quest’anno le celebrazioni per la Giornata dell’indipendenza, che risale al 16 febbraio 1918, data della proclamazione dell’Atto di restaurazione della Repubblica lituana indipendente, cui è seguita la dominazione sovietica, si sono svolte in un clima di grave tensione. La repubblica baltica, indipendente dall’Urss dal 1990 e prossima all’ingresso nell’Unione europea (1° maggio), è infatti sconvolta da uno scandalo che, scoppiato nello scorso mese di ottobre, minaccia di inasprirne i conflitti politici interni, di minarne l’unità e sta ponendo il Paese in un preoccupante isolamento internazionale. Al centro della polemica, il presidente Paksas, sospettato di legami con la mafia russa. Nello scorso mese di dicembre il card. Backis, che è anche il presidente della Conferenza episcopale lituana, ha inviato, insieme al vicepresidente dei vescovi, mons. Sigitas Tamkevicius, una lettera confidenziale a Paksas invitandolo ad “ascoltare la voce della coscienza e ad agire per il bene comune anziché per gli interessi personali e di gruppo”, e chiedendogli indirettamente di dimettersi. I vescovi lituani hanno inoltre indirizzato un messaggio alla popolazione, esprimendo critiche verso la “campagna politica difensiva” organizzata da Paksas in diverse regioni “che accende gli animi e provoca tensioni sociali”. I presuli auspicano che “la crisi politica del leader non si traduca in crisi morale di tutta la società”.