PENSIERI" "

Quale famiglia?” “” “

Una direttiva per facilitare la libera circolazione dei cittadini all’interno dell’Unione europea, ma anche l’occasione per “verificare” il concetto stesso di famiglia. Nei palazzi di Bruxelles che ospitano le istituzioni comunitarie si lavora dal 2001 a una direttiva che la Commissione ha proposto per agevolare e rendere effettivo il diritto di ogni cittadino Ue di spostarsi liberamente sul territorio degli Stati membri, che dal 1° maggio passeranno da 15 a 25. Si tratta di una delle libertà fondamentali tutelate dall’Unione. Il testo, che deve ottenere il “semaforo verde” dal Parlamento e dal Consiglio, sostituirebbe i vari atti legislativi finora in vigore in questa materia. Il progetto deve assicurare a qualunque cittadino di uno Stato membro e ai suoi familiari, ancorché non cittadini Ue, di muoversi liberamente entro le frontiere dei Venticinque per un periodo determinato (tre mesi) senza eccessive pratiche burocratiche o richieste di permessi, per ragioni di studio, di lavoro o di turismo. Lo stesso diritto s’intende garantito ai membri del nucleo familiare (qualunque sia la loro cittadinanza) in caso di decesso del titolare del diritto o di divorzio. Ma è proprio la definizione di “familiari” a creare problemi e una preoccupata attenzione da parte di vari ambienti politici, culturali e religiosi europei. Su questo tema si è mobilitato anche l’ufficio brussellese della Comece, la Commissione degli episcopati dei Paesi aderenti all’Ue. In particolare l’articolo 2, secondo paragrafo, del testo in esame intende, per componente della famiglia, il coniuge, i discendenti e gli ascendenti diretti, ma anche il convivente con il quale il cittadino dell’Unione abbia contratto una “unione registrata”; un’importante “postilla” prevede però che sia lo Stato ospitante ad equiparare o meno, a secondo del proprio sistema giuridico, i conviventi registrati alle coppie sposate. Diversamente, il convivente del cittadino Ue non potrà godere del diritto di ingresso e di soggiorno. Il convivente che è invece legato al cittadino da una “unione duratura” ma “non registrata”, risulta comunque titolare del diritto in questione (sempre tenendo in considerazione le leggi dei singoli Paesi), anche se non figura tra i componenti della famiglia. È infatti l’articolo 3 che stabilisce che lo Stato ospitante ne deve “favorire”, nel rispetto del proprio ordinamento, l’ingresso sul territorio nazionale. In tutta questa vicenda si sono rilevati atteggiamenti differenti tra le diverse istituzioni; la Commissione aveva preferito non entrare nel merito del concetto di famiglia, ritenendo che questo dipenda dagli ordinamenti nazionali; il Parlamento si è dal canto suo mostrato più “permissivo” sul tema, mentre il Consiglio è apparso più legato al concetto tradizionale di famiglia. Le posizioni si differenziano anche fra Stato e Stato: in alcuni Paesi del nord Europa il “partner registrato” è già ritenuto a tutti gli effetti membro della famiglia; in altri sono previste forme di unione tra persone dello stesso sesso, in altri ancora è già avvenuto anche il riconoscimento delle cosiddette “famiglie di fatto”. È ovvio che l’importanza della direttiva in esame va ben oltre il “diritto di circolazione e soggiorno”: al centro dell’attenzione si pone l’idea di famiglia e non è escluso che si possa registrare una rivisitazione di tale concetto. La posta in gioco è di estrema importanza per il futuro dell’Europa e non solo, non dovrà mancare il contributo culturale e politico dei cristiani.