SVIZZERA" "
Confederazione elvetica ed Europa: per ora vince il timore” “” “
L’Europa vista dall’Europa, anche se non tutti hanno intrapreso il cammino per l’integrazione comunitaria. Fra i pochi Stati che ormai restano all’esterno dei confini Ue c’è la Svizzera, che guarda con attenzione all’Unione, a Bruxelles tratta accordi bilaterali (permangono gli scogli del “segreto bancario” e del trattato di Schengen per la circolazione delle persone), ma al contempo intende conservare la propria autonomia e la storica neutralità. Ne parliamo con una delle voci più attente e aperte del cattolicesimo elvetico, il ticinese Alberto Lepori . Giurista, avvocato, laureato a Berna in Diritto e a Milano in Scienze politiche, è stato docente di Diritto pubblico a Friburgo, per diversi anni deputato al Gran Consiglio e ministro cantonale della giustizia e della polizia. Impegnato nella Chiesa svizzera, ha presieduto per 4 anni la commissione nazionale Giustizia e pace. Oggi presiede l’Associazione per la storia del movimento cattolico in Ticino. L’Unione europea si trova alla vigilia dell’allargamento, mentre sono in corso le trattative per stendere una Costituzione comunitaria… “Personalmente giudico positivamente questa lunga e appassionante sfida. Fin da giovane ho seguito con entusiasmo la nascita della Cee. La mia formazione di cattolico democratico mi ha indirizzato su questa strada; del resto non si possono conciliare cattolicesimo e nazionalismo. È quanto ci insegnano la dottrina sociale della Chiesa, personalità come Sturzo, Maritain e Mounier e quei cattolici che hanno politicamente contribuito a costruire l’Europa unita, come Adenauer, Schuman, De Gasperi, Spaak. E la stessa esperienza di governo nel mio Paese fa coesistere e valorizza più livelli di governo: locale, cantonale e federale”. L’Europa non è un’isola, si dice. L’unione di più Stati, che assieme intendono affrontare le sfide della globalizzazione, è un’altra ragione di fondo per costruire la “casa comune”… “La mondializzazione dei processi economici, culturali, comunicativi ci deve spingere ad azioni condivise. Ciò vale soprattutto per quei fenomeni tipici della nostra epoca che vanno oltre i confini nazionali: si pensi alle migrazioni. Sono temi che tornano spesso nel dibattito svizzero: si figuri che da noi, per esempio, la popolazione è costituita per il 20% da stranieri. Ma gli esiti di tale dibattito ci hanno finora spinto lontano dall’Unione”. Chi è favorevole e chi è contrario all’Ue? “La maggioranza degli svizzeri resta contraria all’ingresso nell’Ue: ancora di recente ci si è espressi con un voto popolare in questa direzione. A favore dell’avvicinamento all’Unione sono la grande industria, l’area urbana francese, ma anche Zurigo e Basilea. Così è per i socialisti e i radicali-liberali. Contraria, invece, è la popolazione rurale e quella della montagna, quella dei cantoni interni. Lo stesso vale, dal punto di vista politico, per i popolari e per la destra, che in questo periodo ha visto crescere i suoi consensi”. Quale il ruolo dei cristiani svizzeri? “La Chiesa svizzera si è più volte pronunciata a favore dell’Europa e ci sono significativi documenti dei vescovi in questo senso. Ma la popolazione è più conservatrice, è gelosa custode della neutralità mantenuta per secoli. E poi la minaccia della crescente disoccupazione, la paura dell’apertura delle frontiere a un traffico automobilistico e merceologico impetuoso e fortemente inquinante, tende a scoraggiare la caduta delle frontiere. Pensi che in Svizzera i cattolici sono maggioritari, ma forse non hanno sufficiente voce né rappresentanza politica nel dibattito interno”. Torniamo all’Unione. Crede che prima o poi si giunga al varo del Trattato costituzionale? E l’allargamento avrà successo? “Sono convinto che i motivi che hanno bloccato le trattative siano piuttosto inconsistenti. Le divisioni e le fratture saranno presto superate e finalmente l’Unione avrà la Carta costituzionale di cui ha bisogno. Questo aiuterà anche il successo dell’allargamento verso Est. Nei paesi ex comunisti c’è una grande spinta ideale verso l’unità del continente e questo è importante per superare quegli ostacoli concreti e quelle differenze economiche e sociali che pure esistono fra i dieci nuovi Stati aderenti e i Quindici. Mi permetto invece di esprimere i miei dubbi sul futuro ampliamento dell’Ue alla Turchia e alla Russia. Occorre ragionare sui confini dell’Europa, non dal punto di vista religioso però, come qualcuno vorrebbe, bensì sotto il profilo sociale e culturale”.