In una lettera datata 8 marzo, la Conferenza episcopale svizzera attraverso il suo presidente, mons. Amedée Grab, ha presentato le proposte sul nuovo regolamento in materia di ricerca sulle cellule staminali. Richiamandosi alla dichiarazione del 27 febbraio scorso, rilasciata dal gruppo di lavoro di bioetica della conferenza episcopale, i vescovi svizzeri ribadiscono che “indipendentemente dal fatto che gli si attribuisca lo stato di persona o meno, l’embrione gode della stessa tutela giuridica della persona. Ciò vale anche per gli embrioni in vitro prodotti nell’ambito della fecondazione in-vitro”. I vescovi sostengono la necessità che la nuova normativa faccia riferimento alla legge esistente sulla medicina della riproduzione, che prevede la produzione di embrioni in quantità strettamente necessarie al fine della fecondazione e della gravidanza, “poiché anche in questo caso il problema principale consiste nell’uso degli embrioni per ottenere le cellule staminali”. La Conferenza episcopale esprime stupore per l’esistenza di “tanti embrioni non impiantati nell’utero, considerati quindi ‘in sovrannumero'”, nonostante “le disposizioni restrittive della legge sulla fecondazione”. Di conseguenza, i vescovi si chiedono “se l’obbligo di controllo da parte delle autorità competenti sia stato ottemperato in misura sufficiente” ed esprimono sbalordimento per il fatto “che non possano essere dati certi sul numero degli embrioni ‘in soprannumero'”, nonostante ciò sia prescritto dalla legge. I vescovi si dicono altresì sorpresi “per il tenore” della normativa, che “si legge quasi come un esortazione ai medici a convincere le coppie interessate a mettere a disposizione gli embrioni per la ricerca sulle cellule staminali, come se si trattasse di organi per il trapianto” e sottolineano, tra l’altro, la necessità che la coppia interessata sia consapevole delle “conseguenze sul piano etico qualora si tratti di decidere se far morire l’embrione per ottenere le cellule staminali”.