i 10 del 1° maggio (4)" "
Il Paese a una svolta ” “che non è solo economica” “” “
Nella rassegna degli Stati che il 1° maggio faranno ingresso nell’Unione europea, questa settimana è la volta della Slovenia, la più piccola delle repubbliche della ex-Jugoslavia, con il più alto tenore di vita del mondo post-comunista. Negli ultimi anni ha rilanciato con successo la sua economia, ha un’industria che ha quasi raggiunto gli standard europei ed è pronta ad agire da ponte verso le regioni del Sud-est, un mercato che, con i suoi 60 milioni di consumatori, fa gola agli Stati dell’Ue. La voglia d’Europa degli sloveni è stata ampiamente mostrata in occasione del referendum d’adesione del 23 marzo 2003 quando l’88% dei votanti disse ‘sì’ all’Ue. Tuttavia permangono ancora delle paure e dei rischi. Ne parla mons. FRANC RODÉ , presidente della Conferenza episcopale slovena a cui abbiamo rivolto delle domande. Già presentate Cipro (Sir n.14/2004), Polonia (Sir n.15/2004) e Malta ( Sir n. 18/2004). L’ingresso in Europa segna per la Slovenia un punto di arrivo ma anche di partenza. Dopo anni di comunismo quale ruolo la Chiesa slovena potrà giocare in questa nuova stagione europea? “La Chiesa in Slovenia deve fare il possibile per conservare i valori religiosi che, persino nel periodo comunista, era riuscita a conservare tra il popolo e tra i fedeli. In questa fase della nostra storia dobbiamo fare molta attenzione a non perdere quello che con tanta fatica e con tanti sacrifici siamo riusciti a preservare malgrado la pressione e l’avversità del regime comunista. Senza dimenticare i rischi che si corrono”. Quali sono questi rischi? “Mi riferisco, in particolare, all’illusione, nostra e degli altri popoli che hanno sofferto il regime comunista, di condividere subito questi valori radicati con gli altri Paesi tradizionalmente cristiani dell’Occidente. È un lavoro che richiede tempo e pazienza”. Non teme di perdere l’identità culturale oltre che quella religiosa? “Siamo un popolo molto piccolo, meno di due milioni di abitanti, con una sua lingua e cultura. La Chiesa deve essere una di quelle forze che aiuteranno a conservare la lingua a la cultura nazionale nella futura Europa. Ma al tempo stesso il suo carattere universale aiuterà il popolo sloveno ad integrarsi nell’Unione europea per formare una famiglia di popoli di tradizione cristiana. Questo è un ulteriore compito della chiesa: aiutare ad uscire da un nazionalismo chiuso per aprirci ad altri popoli e culture senza svendere o rinunciare alla nostra identità”. Ma ci sono anche dei vantaggi? “Un vantaggio, comune a tutti i Paesi ex-comunisti, potrebbe essere quello di consolidare una democrazia che nei nostri Paesi è claudicante, con tanti squilibri. Sono convinto che l’entrata nell’Ue consoliderà i nostri sistemi democratici”. In un’Europa unita fa scandalo la divisione delle Chiese cristiane. La Chiesa slovena in Europa moltiplicherà i suoi sforzi per il dialogo ecumenico ed interreligioso? “Da parte nostra metteremo in campo la nostra tradizionale amicizia con i fratelli ortodossi. I popoli che entrano nell’Ue sono tutti, salvo Cipro, di tradizione cattolica. Come Chiesa, ripeto, abbiamo una tradizione di amicizia con la Chiesa ortodossa serba e con il Patriarca Pavle. In Slovenia i nostri fratelli ortodossi hanno una sola chiesa per questo mettiamo loro a disposizione le nostre per le loro feste e celebrazioni”. Come si sta preparando la Chiesa slovena all’ingresso in Europa? “Ricordo, innanzitutto l’impegno che ci vede coinvolti con altri otto Paesi nel Katholikentag e nel pellegrinaggio unitario del 22 e 23 maggio a Mariazell in Austria. Lì festeggeremo insieme l’ingresso in Europa. Come Conferenza episcopale stiamo redigendo una lettera pastorale sull’Europa che sarà diffusa una settimana prima dell’ingresso nell’Ue del 1 maggio. Anche nelle parrocchie e nelle diocesi sono previsti appuntamenti culturali e celebrazioni liturgiche”.