i 10 del primo maggio (5)" "
Un società che vuole costruire un futuro nuovo. Il ruolo della Chiesa” “
L’Ungheria, la stampa cattolica e l’Europa. Questi i principali argomenti trattati al simposio europeo dell’Ucip, l’Unione internazionale della stampa cattolica, riunita nella capitale ungherese il 19 e 20 marzo. Una sessantina i giornalisti partecipanti, provenienti da Francia, Germania, Svizzera, Croazia, Slovenia, Norvegia, Italia, Ungheria, Russia, Polonia, ma anche da India, Giappone, Argentina, Iraq. A conclusione dell’incontro si è svolta un’assemblea generale che ha nominato presidente dell’Ucip-Europa il francese Didier Robiliard, direttore della sezione cultura e religione di Bayard presse: insieme ad un nuovo gruppo di lavoro, definirà meglio l’organizzazione dell’Ucip a livello europeo. Ecco una nota sull’ingresso dell’Ungheria nell’Ue, come già fatto per Cipro, Polonia, Malta e Slovenia (cfr. Sir nn.14-15-18-20/2004). In Ungheria vivono 10 milioni di persone, di cui il 63,1% sono cattolici, il 25,5% protestanti. Le diocesi sono 16, le parrocchie 2223, i sacerdoti 1946 e i religiosi 557. Sono 197 le opere di solidarietà, 194 gli istituti di istruzione cattolici. Una società ferita che cerca di guarire. La società ungherese è “una società ferita, bisognosa di guarire dai mali di quarant’anni di dominazione sovietica, che hanno lasciato tra la gente egoismo, apatia, indifferenza, solitudine”. È una diagnosi implacabile quella fatta a Budapest dal sociologo Miklos Tomka, docente all’Università cattolica di Pàzmàny Peter (nata solo due anni fa). Ne è emerso il quadro di “una società alla deriva” nonostante la ritrovata libertà e democrazia: “Gli individui pensano solo a se stessi e non al bene comune, le relazioni umane sono indebolite e non abbiamo ancora una vera e propria società civile”. L’eredità di un regime che vietava le tradizioni e imponeva “nelle scuole un forte indottrinamento contro i valori, ha generato atteggiamenti di nichilismo e la scomparsa della solidarietà. Oltre ad una crescita dell’alcolismo, dei divorzi e dei suicidi”. In questa situazione di “modernità negativa” come è stata definita dal sociologo la via d’uscita è “prendere coscienza e raddoppiare gli sforzi per diffondere i valori della solidarietà, della coscienza civile”. Il compito e i problemi dei mass media. Compito che spetta non solo alla Chiesa ma anche ai media ecclesiali, una trentina in tutto il Paese, una produzione “tutto sommato poco soddisfacente – come ha osservato Szaboles Sajgo, vicepresidente dell’Associazione ungherese dei giornalisti cattolici a causa dell’approccio tradizionale e obsoleto che la rende distante dalla vita quotidiana della gente”. Una speranza può venire in questo senso, “dalla ricerca di un coordinamento tra i media cattolici ha aggiunto Sajgo e dalla nascita di una nuova radio cattolica, che speriamo possa diventare un forum per gli intellettuali”. Ma anche i mass media laici in Ungheria (circa 2000 pubblicazioni) non godono di una situazione migliore, vittime come sono di una “privatizzazione senza regole, anche da parte di proprietà straniere”, ha spiegato Andràs Koltay, docente all’Università cattolica di Pazmany Peter. “Si sta verificando una situazione curiosa: editori che nei Paesi occidentali hanno la proprietà di giornali più orientati a destra mentre qui finanziano testate di sinistra. Questo ci fa capire che il loro unico interesse è solo il profitto”. In vista dell’ingresso in Europa. Rispetto all’imminente prospettiva dell’ingresso nell’Unione europea (il 1° maggio prossimo), come ha spiegato padre Laszlo Lukacs, direttore dell’Università Sapientia di Budapest, la società ungherese appare “divisa”: “Vi sono gruppi nazionalisti estremi che non vogliono entrare in Europa. La Chiesa, almeno ufficialmente, sostiene l’adesione all’Ue, anche se i vescovi si dicono preoccupati per i possibili influssi occidentali”. Non solo di tipo culturale. Padre Lukacs ha denunciato l’assalto degli investitori stranieri “venuti come colonizzatori grazie alla manodopera a buon mercato, e tra questi la Parmalat, la Volkswagen, e le ditte francesi e britanniche, che si sono arricchite a dismisura”. Anche Lukacs ha parlato di una pesante eredità del passato da superare (“la gente era abituata ad essere circondata da spie, polizie segrete e delatori, tante persone erano obbligate a fare dei rapporti sui loro stessi amici e parenti”), al punto che “si viveva in una sorta di prigione quotidiana, dove paradossalmente andare in carcere per reati d’opinione significava ritrovarsi a fianco di persone migliori”. Con la caduta dell’Unione sovietica, ha osservato Lukacs, “abbiamo ricevuto in regalo la libertà ma anche tante illusioni”: “La prima lezione da imparare è che la democrazia non è solo un dono offerto dal cielo ma un apprendistato assai duro”. In questo panorama anche la Chiesa, in posizione minoritaria, “deve trovare un linguaggio nuovo nella catechesi e nella vita pubblica, per trovare punti d’incontro con la scienza e la cultura ed uscire dal proprio ghetto”.