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"Europa a 25": ricerche e studi alla vigilia del 1° maggio” “” “
L’allargamento, o se si preferisce la “riunificazione”, dell’Europa è alle porte. E come succede alla vigilia di eventi storici, si levano le voci degli intellettuali a segnalare gli elementi positivi ma anche i nodi problematici che le trasformazioni in atto porteranno con sé. A proposito dell’ampliamento dei confini dell’Ue a dieci nuovi Stati membri, sono già disponibili numerose ricerche che portano la firma di esperti di vari Paesi. Senza pretese di esaustività, segnaliamo tre contributi provenienti da altrettanti studiosi. “Guardare all’Est senza diffidenza”. Si devono a Monika Ewa Kaminska, ricercatrice presso il dipartimento di studi politici della Scuola superiore di economia di Varsavia, analisi efficaci sul processo di avvicinamento dei Peco (paesi dell’Europa centro-orientale) all’Ue. “Raramente afferma si tiene conto che in poco più di un decennio essi hanno percorso un cammino che altri Stati dell’Ue hanno compiuto in trenta, quarant’anni. Dal 1989 ad oggi molti dei paesi dell’area si sono evoluti da Stati senza sovranità e con un’economia pianificata verso democrazie nelle quali il governo delle leggi è ormai prevalente e verso un’economia di mercato funzionante”. In questo senso la prospettiva dell’adesione all’Unione ha accelerato i cambiamenti, creando anche la necessità di una profonda trasformazione del welfare e della mentalità delle popolazioni. Detto questo, la studiosa polacca annota però che l'”atmosfera” è cambiata fra i Quindici, dove prevarrebbero negli ultimi tempi scetticismo e diffidenza nei confronti dei candidati all’adesione: gli esempi riguardano la chiusura delle frontiere per i lavoratori dell’Est, la modesta disponibilità di fondi per l’integrazione, la tutela delle agricolture dell’Ovest. Anche l’atteggiamento “filoamericano” dei Peco sulla guerra all’Iraq ha creato perplessità. Secondo la Kaminska “l’Europa occidentale con sorpresa, e quasi a malavoglia, si sta rendendo conto di avere dei nuovi partner”, cui devono essere riconosciute aspirazioni e iniziative politiche proprie. “L’Ue è un itinerario, non un paradigma”. Dal canto suo l’italiano Pasquale Ferrara, diplomatico e collaboratore della cattedra di Storia delle dottrine politiche all’Università di Napoli, già da tempo insiste sui due “passaggi cruciali” che attendono l’Europa: quello della “quantità”, ossia la tensione verso l’allargamento, e quello della “qualità”, cioè “la ricerca di un approfondimento delle ragioni dell’integrazione”. Dinanzi a queste sfide “l’elemento determinante del nostro futuro spiega sarà rappresentato dalla mutua implicazione tra identità, pluralità, progetto”. Ferrara (che cita Giovanni Paolo II, il cardinale Carlo Maria Martini, Mounier e i “padri fondatori” Schuman, De Gasperi e Adenauer) avverte: “La nuova fisionomia europea non dipenderà da una proiezione quantitativa della sua condizione attuale, ma dalla possibilità di articolarsi attorno a una novità. L’altro insegnamento è che politiche interne, assetto istituzionale e allargamento sono elementi fortemente correlati. Perciò il divenire altro dell’Europa sotto i nostri occhi non può ridursi a un agire regolato da norme. Esso è piuttosto un agire drammaturgico, un evento in cui i partecipanti si mettono reciprocamente in gioco”. Questo perché l’Ue “come esperimento politico, è essenzialmente un itinerario, un percorso, non un paradigma”. “L’Europa alla ricerca di una propria identità”. A questa Europa che supera storiche barriere e riavvicina Oriente e Occidente, manca ancora una forte “immagine identitaria”. Gli studi di Anne-Marie Thiesse, storica sociale e direttrice al Cnrs di Parigi, già nel 1999 aveva pubblicato un libro intitolato La Création des identités nationales. La ricerca è proseguita per capire quei “simboli mediante i quali le nazioni propongono agli individui un’appartenenza, una fratellanza, una protezione”. Argomento di evidente attualità oggi, con l’Unione impegnata a spostare i propri confini fino alle repubbliche baltiche e alle isole mediterranee. La Thiesse argomenta la necessità di definire questa identità, un “patrimonio collettivo fatto di padri fondatori, di eroi, di una lingua, di una storia, di monumenti e di tradizioni popolari”. Tali valori di riferimento, nazionali ma anche europei qualora condivisi, devono essere ricercati nell’arte, nella letteratura, nell’architettura, nei riti collettivi, ma anche “nell’eredità greco-latina, nei miti celtici, nelle ambientazioni gotiche e nelle fiabe dei fratelli Grimm…”. Nella fatica della ricerca non manca la doverosa attenzione al contributo delle fedi e delle religioni alla costruzione dell’Europa; benché in tal caso diversi studiosi non assegnino ancora il giusto peso a questo dato di fatto.