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Un cantiere tra le rovine” “” “

Le Chiese cristiane d’Europa per la tutela delle minoranze” “” “

“L’impressione è quella di attraversare un cantiere di costruzioni in corso, ma di fronte alle rovine e alle case bruciate dei serbi si ha la sensazione che le ferite più profonde siano altre, quelle legate ancora alla guerra, e sono molto più difficili da guarire”. Il vescovo di Bolzano-Bressanone, mons. WILHELM EGGER , è appena rientrato da un viaggio di cinque giorni in Kosovo, dove ha inaugurato i due centri pastorali di Poterq e Jagode, realizzati grazie al sostegno della Caritas diocesana, e in Macedonia. È “solo un flash” a caldo, quello tracciato per il Sir da mons. Egger, “perché la situazione è molto più complessa di quanto non si possa percepire in pochi giorni. È evidente, peraltro, che vi è tutto un tessuto sociale da ricostituire. È ancora alta la tensione tra i gruppi etnici, ed è vivo in tutti il timore di ulteriori violenze”. In questa fase così delicata, qual è il ruolo della Chiesa cattolica? “Pur non avendo una voce molto forte, essa è rispettata da tutti e considerata una Chiesa aperta e accogliente, non solo attraverso i progetti Caritas, ma anche per il suo impegno ‘ecumenico’ educativo e di accoglienza di ogni persona, indipendentemente dal credo religioso o dall’etnia. Ciò è molto importante perché la Chiesa offre sul campo dei concreti modelli di riconciliazione e convivenza interetnica. E i numerosi giovani che ho visto nei centri socio-pastorali ricostruiti grazie al contributo della Caritas, impegnati nei cori, nei corsi di informatica e in altre iniziative, sono un autentico segno di speranza”. Quali sono le principali emergenze del Kosovo? “Occorre soprattutto lavorare negli ambiti della riconciliazione, del rispetto dei diritti umani, della giustizia, della solidarietà e della promozione della persona umana, ma la gente ha bisogno anche di ‘risposte’ concrete. È urgente restituire alla popolazione la speranza nel futuro tentando, tra le altre cose, di combattere la disoccupazione che è altissima”. Che contributo possono offrire le Chiese d’Europa? “Innanzitutto, attraverso il dialogo ecumenico e interreligioso, proporre modelli di riconciliazione e convivenza tra diversità culturali e religiose. È vitale, inoltre, che le Chiese cristiane proseguano nel loro impegno di contribuire a modellare la dimensione sociale e spirituale dell’Europa in diversi ambiti; penso in particolare alla sensibilizzazione delle istituzioni civili sulla tutela delle minoranze perché l’Ue, per lo più, non vuole parlare di minoranze dal momento che alcuni Paesi membri sono contrari. Il problema della loro tutela è invece di tale portata da costituire una vera emergenza che deve essere affrontata in sede Ue. Come pure il riconoscimento del patrimonio cristiano nella costruzione dell’Europa che, di fronte alla diffusa volontà di ignorare il fatto religioso, esige nel futuro Trattato costituzionale un riferimento esplicito alle radici cristiane. Radici comuni sulle quali si è forgiata, pur nelle diversità, l’identità del continente”. Scheda e aggiornamenti Dopo la guerra del 1998, la ricostruzione del Kosovo è stata affidata all’Unmik (Missione di amministrazione provvisoria delle Nazioni Unite in Kosovo), istituita nel 1999 con la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Attualmente si registra nella regione forte malcontento verso l’operato dell’Unmik che, secondo la popolazione, non è stata in grado di costruire istituzioni funzionanti e di garantirle una vita normale. Tra i “punti caldi” figura inoltre l’incertezza in merito allo status finale del Kosovo. I ministri europei degli Affari esteri, riuniti a Tullamore nei giorni scorsi, hanno infatti ribadito il principio in base al quale il Kosovo deve rispettare i criteri economici e politici fissati dalla citata risoluzione Onu 1244, prima che la comunità internazionale esamini lo statuto definitivo a metà 2005. “Assicurare rapidamente la sicurezza delle minoranze, la ricostruzione degli edifici religiosi e delle case distrutte nelle violenze di marzo, nonché il ritorno degli sfollati” sono le priorità contenute nel documento presentato nel vertice di Tullamore dai servizi dell’Alto rappresentante per la Pesc, Javier Solana che ha chiesto inoltre “un rafforzamento del dialogo fra Belgrado e Pristina e fra serbi e albanesi del Kosovo”. Il documento rileva, infine, che “la presenza attuale dell’Unmik non corrisponde più alle esigenze attuali” e ne auspica “una ristrutturazione al fine di rafforzarne ruolo e leadership politica”.