cultura" "

L’Europa ‘vista da fuori'” “” “

I ‘sorvegliati’ di un tempo oggi sono diventati i guardiani delle nuove frontiere europee che rischiano di essere disegnate da nazionalismi e localismi ” “” “

“Ho attraversato la maggior parte dei nuovi Paesi candidati all’adesione all’Unione europea. Man mano che il ‘gran giorno’ si avvicinava, abbiamo smesso di volere la luna. Ci siamo finalmente resi conto che i requisiti preliminari imposti da Bruxelles non hanno nulla di troppo sentimentale e che nessuno è disposto a chiudere un occhio sull’obbligo di rispettare determinate condizioni. E le reazioni decisamente antieuropee sono sempre più deboli o limitate”. Predrag Matvejevic’ , nato a Mostar da madre croata e da padre russo, emigrato all’inizio della guerra nella ex-Jugoslavia, dal 1994 è professore di Slavistica all’Università “La Sapienza” di Roma. Com’è l’Europa vista “da fuori”? “Nei miei viaggi nelle regioni dell’Europa orientale ho raccolto diversi modi in cui l’Unione è vista dall”altra Europa’: sarebbe auspicabile che fosse meno eurocentrica di quella del passato, più aperta agli altri dell’Europa colonialista, meno egoista dell’Europa delle nazioni, più consapevole di se stessa e meno incline all’americanizzazione”. Ora che dieci Paesi provenienti dall”altra Europa’ sono diventati nuovi membri dell’Unione, cambia anche l’idea di frontiera… “Vedo un paradosso nella nuova situazione: le stesse persone che, ancora ieri, hanno vissuto tra frontiere bloccate, oggi si vedono chiamate a diventare i guardiani attenti di quelle barriere e a sorvegliarle rigorosamente. Ma come si comporterà, ad esempio, uno sloveno che, a una ventina di chilometri da Zagabria, debba fermare un croato con il quale in passato aveva condiviso una sorte comune nella ex Jugoslavia? I vecchi particolarismi potrebbero facilmente ridisegnare le frontiere interne dell’Europa incoraggiati da ogni tipo di nazionalismo, di regionalismo, di localismo, di ‘devoluzionismo’ e da altre tendenze simili, alle quali ogni idea di convergenza o di sintesi rimane estranea”. La cultura può aiutare a superare le divisioni? “Il nostro pianeta si confronta, ogni giorno con più insistenza, con richieste che le vengono da un ordine umanista, etico: la richiesta di abolire i confini tra gli uomini, le frontiere che dividono ancora oggi i ben nutriti e gli affamati, gli istruiti e gli analfabeti. La cultura europea ha già conosciuto al suo interno vari movimenti che hanno fatto proprio questo ideale: il cosmopolitismo dei Lumi, l’ecumenismo in campo religioso, l’internazionalismo in politica. Sì, la cultura avrebbe sicuramente da dire molto, se non fosse così messa ai margini nell’elaborazione del progetto europeo, chiamata in soccorso molto raramente o solo per liberarsi la coscienza”. Nell’Europa dei popoli e delle culture, molti considerano l’Islam come un elemento di ‘scontro delle civiltà’… “Quello che abbiamo visto nell’Europa degli anni Trenta – quando gran parte della cultura esaltava l’ideologia fascista, l’alimentava e s’impregnava della sua essenza – ora sta avvenendo in alcuni Paesi islamici: non c’entra l’Islam in quanto tale, ma la sua applicazione fanatica. Occorre ricordarsene quando sentiamo parlare di ‘scontro di civiltà’: non si stanno scontrando le acquisizioni della civiltà e della cultura, ma le ideologie che le hanno alienate e deformate”. Bruxelles, Strasburgo: non le sembra che l’Europa sia sbilanciata verso Nord? “Direi semplicemente che l’Europa dimentica o trascura ‘la culla dell’Europa’, il Mediterraneo, come se una persona si potesse formare dopo essere stata privata della sua infanzia. La sola paura dell’immigrazione proveniente dalla costa Sud non basta per determinare una politica ragionata. Le due isole di Malta e di Cipro, pur ricoprendo uno spazio meno importante di altri Paesi, costituiscono altrettante ancore gettate nel Mediterraneo, e questo gesto potrebbe anche assumere, in futuro, una valenza più che simbolica”.