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Una rassegna di alcuni ” “dei centri europei di riabilitazione per le vittime della tortura” “
Percosse, elettroshock, soffocamenti, immersioni, violenze sessuali, isolamento, minacce, umiliazioni e sbeffeggiamenti. Sono solo alcuni dei metodi di tortura fisica e psicologica inflitti a diversi prigionieri del carcere Abu Ghraib a Baghdad da parte di militari americani ed inglesi che adesso si difendono: “ordini dall’alto dicono Ci era stato detto di far vedere loro l’inferno”. Lo scandalo delle torture in Iraq si allarga sempre più e coinvolge i vertici americani ed inglesi. Sottoporre prigionieri a tortura per estorcere informazioni, confessioni o per seminare terrore tra la popolazione, anche se condannato da diverse convenzioni internazionali, è una pratica piuttosto diffusa, non solo in zone di guerra ma anche in regimi dittatoriali. Per questo motivo il fenomeno è monitorato da molte associazioni, tra le quali il Consiglio internazionale per la riabilitazione delle vittime di tortura (Irct) con sede in Danimarca – e l’organizzazione mondiale contro la tortura (Omct) che in Europa gestiscono dei centri di recupero per le persone vittime di torture e maltrattamenti. Attualmente sono oltre 100 i Paesi in cui viene praticata la tortura. Tornare a vivere. Stati di ansia, insonnia, incubi, depressione e perdita di memoria sono i principali effetti delle torture, senza dimenticare le conseguenze fisiche che richiedono lunghe e appropriate cure mediche. Secondo quanto afferma l’Irct, a causa del trattamento inumano ricevuto, le vittime accusano sensi di colpa e di vergogna poiché sentono di aver tradito se stessi, i loro amici e le loro famiglie. Chi subisce tortura non soffre da solo, ma con tutta la propria rete familiare e di amici. Come dire che la tortura lancia un forte avvertimento a tutti coloro che, come il prigioniero, fanno parte di una data opposizione politica, sociale e religiosa. Lo scopo della riabilitazione è quello di riportare la vittima ad una vita più normale possibile. I centri di riabilitazione offrono un supporto multidisciplinare con cure mediche, sostegno psicologico e servizio legale. Anche le famiglie vengono inserite nel programma, in particolare coniuge e figli. Questi ultimi è stato verificato – si sentono spesso colpevoli per quello che è accaduto. Germania. Fondato nel 1992 con il sostegno della Croce Rossa tedesca, il Behandlungszentrum für Folteropfer Berlin (Bzfo centro di trattamento per le vittime della tortura di Berlino), è un centro di riabilitazione per le vittime delle torture. “La tortura come ‘piaga del 20° secolo’ è diffusa in tutto il mondo e diviene sempre più raffinata, eseguita da specialisti”, si legge nel sito del centro (www.bzfo.de). Secondo le cifre fornite dal Bzfo circa il numero dei pazienti trattati è più che triplicato dal 1992 al 2002 (da 145 a 473). La struttura organizzata come policlinico, in cui operano 26 collaboratori e numerosi volontari in campo medico ed amministrativo – non riesce a far fronte alle domande ed esiste una lista di attesa per i pazienti. Dall’estate 2000, il Bzfo offre un trattamento riabilitativo anche per i bambini e i giovani. “Il centro” si legge nelle informazioni, “è politicamente neutrale” e rivendica il proprio impegno “unicamente” nei confronti delle convenzioni internazionali in materia di tortura. Turchia. Dal 1990 opera la Fondazione per i diritti umani in Turchia (Hrft) (www.tihv.org.tr). Nella Fondazione prestano la loro opera medici, psicologi, psichiatri e assistenti sociali. Si calcola che in 14 anni di attività siano state oltre 7200 le vittime di tortura passate attraverso i cinque centri di riabilitazione turchi di Istanbul, Ankara, Yzmir, Adana e Diyarbakyr. Una funzione importante è svolta dal Centro di documentazione che raccoglie informazioni sulle violazioni dei diritti umani dal 1980 ad oggi. La ricerca non si ferma alla sola raccolta di dati ma occupa anche il campo medico. Particolari studi sono stati condotti sulla diagnosi della ‘falanga’ (tortura condotta con colpi assestati alla pianta del piede). Allo stesso tempo si cerca di fronteggiare il fenomeno dei rapporti medici rilasciati a sopravvissuti a tortura che non fanno menzione dei maltrattamenti subiti. La riabilitazione prevede infine l’assistenza legale e il reinserimento nel mondo del lavoro o della scuola. Grecia. Riabilitare le vittime della tortura e le loro famiglie, far conoscere all’opinione pubblica il dramma della tortura e individuare forme di prevenzione. Sono alcuni degli scopi che animano il Centro medico di riabilitazione delle vittime della tortura (www.mrct.org) inaugurato ad Atene nel 1989. Nel centro vengono assistite mediamente 400 persone provenienti in larga parte dall’Iraq, dalla Turchia, dall’Iran e dall’area balcanica e sub-sahariana. L’età media degli assistiti supera di poco i 34 anni, le donne sono meno del 10%, gli sposati il 48%. L’assistenza è anche legale: chi ha subito tortura ha più possibilità di vedersi accordato lo status di richiedente asilo. Svezia. A Stoccolma sorge il primo centro svedese che si occupa di riabilitazione e lotta alla tortura. Si chiama Centro Croce rossa per rifugiati torturati (www.redcross.se) e si rivolge a quei rifugiati sottoposti a torture nei loro Paesi. A questi viene offerto un programma di riabilitazione fisica e psicologica. Secondo il Centro sono 10 mila le persone sottoposte a tortura oggi residenti in Svezia. La principale difficoltà è quella di farli parlare di ciò che hanno subito. Il semplice ricordo, infatti, provoca stati d’ansia, paura, irritazione e incubi. Sono circa 250 i rifugiati curati ogni anno. Molti di questi denunciano anche istinti suicidi, disfunzioni sessuali e depressione. Nel 50% dei casi vengono utilizzati interpreti per la traduzione e questo non facilita il lavoro di contatto confidenziale. Il lavoro di inserimento nella società svedese è reso arduo anche dal fatto che il sistema di istruzione del Paese scandinavo spesso non riconosce titoli conseguiti all’estero. Finlandia. Nato nel 1993 il Centro finlandese per i sopravvissuti alla tortura (Ctsf) (www.hdl.fi) si occupa di riabilitare le vittime di maltrattamenti con moderne terapie psichiatriche facendo uso anche di fisioterapia, incontri con le famiglie e musicoterapia. I ‘pazienti’ si avvalgono di trattamenti personalizzati che coinvolgono anche le famiglie. Sono oltre cento (80% uomini, 20% donne), un numero in crescita, le persone che ogni anno si sottopongono alla riabilitazione. In collaborazione con il Ctsf opera anche il Centro di terapia ‘post trauma’ di Oulu e di Helsinki. Bosnia-Erzegovina. Durante il conflitto balcanico la tortura di massa è stata parte della strategia di guerra. Scopo era il genocidio, la pulizia etnica e l’esilio. Secondo stime del Centro di documentazione dell’Associazione dei sopravvissuti ai campi i prigionieri in Bosnia furono 250 mila, 39 mila i morti nei campi di concentramento. Sono stati documentati 32 metodi di tortura di 17 mortali. Si passa dalla tortura fisica, a quella psicologica e sessuale. Il Centro per le vittime della tortura di Sarajevo (Ctv) (tel.00387/71/446254, mail: ctvmost@bih.net.ba), nato nel 1997 con il finanziamento della Commissione europea, si occupa della riabilitazione delle vittime della tortura ma al tempo stesso promuove un’attività di monitoraggio, di conoscenza e di prevenzione del fenomeno. A livello medico vengono offerte assistenza psicologica e psichiatrica, visite oculistiche, ginecologiche, cardiologiche. Dal 1997 sono state più di 500 le persone passate per il Centro. Romania, Serbia-Montenegro, Albania. Centri di riabilitazione per le vittime della tortura sono attivi anche in Romania (www.icarfoundation.ro), Serbia-Montenegro (www.ian.org.yu) e Kossovo (Krct). Secondo studi condotti in questi centri, ma specialmente in Albania e Kossovo, i principali disturbi registrati nei bambini di famiglie in cui sono state subite torture e maltrattamenti sono: scarsi risultati a scuola, mancanza di auto-controllo, isolamento, ansia, passività, regressione e rigidità nel gioco, mancanza di auto-stima. Per le donne si sono verificati incubi, perdita o aumento di peso, apatia, depressione, paura di sconosciuti, senso di vergogna, perdita del desiderio sessuale, paura del contatto fisico, mancanza di voglia di vivere. Negli uomini, rabbia, perdita di controllo, tendenza all’isolamento, paura del futuro, depressione, senso di colpa, irritazione, difficoltà nella concentrazione. La cura e la riabilitazione di queste vittime sono affidate ad una équipe di esperti e studiosi del Krct con sede a Pristina. Molti di loro sono ex-rifugiati ed hanno vissuto sulla loro pelle i guasti della guerra, della detenzione e della tortura. Comitato europeo per la prevenzione della tortura. L’Articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo – “nessuno può essere sottoposto a tortura, né a pene o trattamenti inumani o degradanti” – ha ispirato la redazione, nel 1987, della Convenzione europea per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti. La Convenzione si occupa della protezione delle persone private di libertà, attraverso un sistema di visite effettuate dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e di pene o trattamenti inumani o degradanti (Cpt), che fa parte della Direzione generale dei diritti dell’uomo del Consiglio d’Europa. I membri del Cpt sono giuristi, medici e specialisti in questioni penitenziarie o di polizia. Il Cpt visita i luoghi di detenzione, commissariati di polizia, centri di permanenza temporanea per stranieri e ospedali psichiatrici, per verificare il modo in cui sono trattate le persone e, all’occorrenza, per raccomandare dei miglioramenti agli Stati. Le delegazioni del Cpt hanno un accesso illimitato a tutti i luoghi di detenzione, all’interno dei quali hanno il diritto di spostarsi senza restrizioni. Possono intrattenersi senza testimoni con le persone detenute e comunicare liberamente con chiunque possa fornire loro delle informazioni utili. Al momento, la Convenzione è stata ratificata dai 44 Stati membri del Consiglio d’Europa. Per informazioni: www.cpt.coe.int.