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Nel futuro del mondo ” “” “

È incontestabile il fatto che l’Europa abbia vissuto e stia vivendo in questi decenni un processo di ricostruzione e di ricerca di una nuova identità. L’Europa di oggi è rinata dalle macerie di due guerre mondiali, dalla ricerca del superamento di divisioni profondissime tra i popoli e le culture che la compongono. A prescindere dalla forma istituzionale e politica dell’Unione, dai suoi testi legislativi e normativi, è evidente che questo processo storico di riconciliazione ha radici cristiane, non semplicemente perché cristiani sono stati i suoi “ideatori” e iniziatori, ma perché la civiltà occidentale ha nel suo Dna questo elemento. Ora però questa volontà e capacità che l’Europa sta dimostrando deve essere messa in circolo nell’ordine mondiale. Le statistiche dimostrano che nel futuro del mondo, l’Europa non sarà tra i primi Paesi per numero di abitanti, sarà tra i Paesi ricchi, ma non pare sarà in grado di determinare gli andamenti dei mercati, poiché povera di ricerca e di innovazione; dovrà assumere una più coerente forza e unità istituzionale e politica se vorrà avere voce in capitolo a livello globale; ma la sua forza e possibilità di determinare l’andamento delle dinamiche mondiali sarà proprio quella di saper accompagnare processi di pacificazione attraverso la capacità di riconoscere la ricchezza della diversità e la creazione di spazi di dialogo come metodo di risoluzione pacifica dei conflitti. Le tragiche vicende e le notizie terribili emerse in questi giorni non dicono nulla di nuovo, ma rivelano aspetti nascosti della violenza e della sete di potere. Il giusto scandalo provocato da ingiuste morti e inumane torture non deve tuttavia diventare la comoda scusa per esimersi dalla responsabilità di sostenere il processo di indipendenza, di avvio di uno sviluppo economico più giusto e l’insediamento di un governo democratico in Iraq. Allo stesso modo è per la piaga del Medio Oriente, per i conflitti dimenticati dell’Africa, per la povertà dilagante e crescente nel terzo e quarto mondo. L’Europa ha una responsabilità da esercitare alla luce della sua esperienza di questi decenni, alla ricerca di pace, democrazia, sviluppo. Sarebbe ingenuo e per certi versi anche anti-evangelico immaginare di poter vivere in un mondo senza divisioni. Compito del cristiano non è salvare la storia e riscattarla dal male: la liberazione dal male e dalla morte avverrà alla fine dei tempi. Nel qui e nell’ora del nostro mondo e del nostro tempo, “è dovere permanente della Chiesa scrutare i segni dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo” (GS, 4) e compiere scelte sotto la guida dello Spirito per il più alto livello del bene possibile, nella certezza che è Dio il Signore della storia. E testimoni di bene non mancano, come ci dimostra Giovanni Paolo II, che ha celebrato ieri 18 maggio il suo genetliaco, e che è esempio incessante di vita autenticamente cristiana o come lo dimostrano i santi e i beati che egli ha voluto in questi anni mettere in luce: persone che hanno cercato di raggiungere un bene più grande, per sé e per coloro che stavano loro intorno, persone di ogni stato, vocazione, provenienza. È indubitabile che questo sforzo debba essere portato avanti contemporaneamente sul piano di conversione personale, di conversione intraecclesiale e certamente nel rapporto tra le diverse denominazioni cristiane e religioni. Se l’Europa ha compiuto passi enormi nel rapporto tra le confessioni cristiane ha davanti a sé ancora la responsabilità di trovare forme visibili per esprimere l’unità della Chiesa. Perché i cristiani in Europa possano essere udibili e visibili, è urgente ritrovare un’unità sui temi che ancora ci dividono e essere testimoni credibili di un messaggio di riconciliazione e di pace che le Chiese si stanno impegnando a portare al mondo. In questi crocevia della nostra storia occorre, senza ingenuità, dare voce alla cultura del bene, farsi mediatori di speranza e di vita, di quella Vita che il Vangelo proclama e che è messaggio di salvezza per tutti gli uomini.