Una storia recente che certo non ha favorito la vita comunitaria, cui si aggiunge il problema delle vocazioni e quello della disponibilità di risorse materiali. La Chiesa ungherese fa i conti con la realtà parrocchiale e guarda al futuro fra preoccupazioni e speranze. “Oggi afferma don Mihály Kránitz, docente di teologia fondamentale e vice rettore dell’Universtà cattolica di Budapest – ci sono più di duemila parrocchie in Ungheria. Nei nostri villaggi durante l’epoca del comunismo i fedeli avevano paura di cercare un contatto con il parroco al di là della messa domenicale. Ma nelle grandi città diversi piccoli gruppi di base hanno resistito e operato attivamente. Dopo il cambiamento del 1989, sono aumentate le possibilità di organizzare incontri e avvenimenti ecclesiali e pastorali, ma, dato l’esiguo numero dei preti, ciò avviene per lo più nelle città”. Tuttavia “malgrado la diminuzione dei sacerdoti, la parrocchia in Ungheria è rimasta l’ultimo avamposto culturale nella società di oggi. Nelle parrocchie in cui è presente un ordine religioso o un movimento, laddove c’è collaborazione con i fedeli, c’è maggiore iniziativa missionaria e i frutti non mancano. Per il futuro occorre lavorare di più per le vocazioni e dare maggior fiducia ai laici. La Chiesa ungherese deve scommettere sui giovani. Il consumismo e le mode importate in fretta dall’Occidente rischiano di avere un impatto negativo sulle ultime generazioni”.