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Una Chiesa in esilio?” “

Belgio: secolarizzazione e segni di risveglio. Il contributo degli immigrati” “” “

“Qui il concetto stesso di parrocchia, che in Italia ha ancora una sua valenza, rischia di rappresentare ben poco. Non bisogna poi trascurare la possibilità che questa situazione tra qualche tempo interessi anche il nostro Paese”. È cruda ma coraggiosa l’analisi della realtà ecclesiale per la città di Bruxelles svolta da padre Angelo Lanfranchi , bresciano, priore della comunità Carmelitana collocata nel cuore della capitale belga, a due passi da Place Louise, quartiere costellato da uffici e bei negozi. Il convento fa riferimento territoriale alla parrocchia di San Bonifacio: sono presenti sette frati che dipendono dalla Provincia Veneta, cinque dei quali italiani; quattro sono sacerdoti, cui si aggiungono due studenti di teologia (un trentino e un libanese) e l’ultimo padre di origine belga, 94 anni, “coccolato” dai confratelli. I vescovi italiani hanno affrontato, nel corso della loro ultima assemblea, il tema della parrocchia. In Belgio com’è la realtà delle parrocchie? “Premetto che parlo soprattutto della capitale, la quale presenta caratteri propri, date le dimensioni e le caratteristiche demografiche: basti pensare che la popolazione è costituita da una buona parte di immigrati e di funzionari che lavorano nelle istituzioni comunitarie. Persone, quindi, ‘innestate’ in un ambiente diverso dal proprio, con una mobilità elevatissima. Il criterio di territorialità in effetti non ha più un grande valore. I credenti che frequentano con una certa regolarità la messa domenicale sono circa il 2-3 per cento della popolazione e molte di queste persone per lo più sceglie con casualità la chiesa in cui seguire la funzione festiva. D’altro canto non manca un criterio elettivo, che corrisponde a una precisa scelta della chiesa che si frequenta, legato magari alla figura del sacerdote o all’appartenenza a un movimento. Certo è che la parrocchia come l’abbiamo in mente in Italia, dove si viene battezzati, si segue la catechesi, si svolge attività caritativa, qui è praticamente scomparsa”. Quali le cause del fenomeno? “In primo luogo il processo di secolarizzazione, intenso da anni anche in Italia, a queste latitudini ha fatto passi in avanti rapidissimi. Il pensiero laicista e la massoneria sono radicati e spesso essere credenti da queste parti è una sfida: a questo riguardo l’arcivescovo Danneels ha parlato di ‘Chiesa in esilio’. Uguali osservazioni sono giunte dal Papa in occasione della recente visita ad limina. A ciò corrisponde una relativa stanchezza della fede: i sacerdoti non sono molti, talvolta si crea un corto circuito tra i vari ministeri e in qualche caso si fatica a distinguere, sull’altare, tra preti e laici”. Si riscontrano elementi positivi e di speranza? “Naturalmente sì. Le vocazioni al ministero sacerdotale non sono numerose, ma a mio parere sono molto motivate. In alcune parrocchie cittadine si respira una certa vivacità, talvolta legata alla presenza di movimenti o di ordini religiosi. Costruttivo anche il ruolo del Seminario filosofico interdiocesano, rilanciato da non molto. A Bruxelles esistono inoltre tante esperienze di carità e di volontariato di ispirazione cristiana. Direi più semplicemente che quando si va al nocciolo del messaggio cristiano, quando emergono figure che testimoniano il Vangelo nella quotidianità, in famiglia, nella professione, il segno rimane. Noi stessi qui, in questo quartiere della metropoli, constatiamo la presenza di persone che compiono un cammino spirituale e che seguono le funzioni con costanza, benché si tratti di numeri esigui. E poi la dimensione parrocchiale non nasce per caso, è frutto di una ecclesiologia, di un certo modo di vivere e di rendere presente il ministero sacerdotale, di partecipare alle celebrazioni: su questo versante c’è molto da fare. Bisognerebbe porre maggiore attenzione a realtà come quella di Bruxelles, apparentemente molto diverse da quella italiana. Forse qui siamo solo ‘avanti’ di qualche anno…”. Ha fatto cenno alla presenza di numerosi stranieri. Possono essere una risorsa per la comunità cristiana e le parrocchie di Bruxelles? “Il potenziale di cui sono portatrici queste comunità di immigrati è vastissimo. Ho in mente soprattutto quelle di più recente trasferimento in città: polacchi, filippini, perfino russi ortodossi. Poi ci sono molti musulmani. Si tratta di gruppi numerosi, spesso giovani, affezionati alla fede che, lontano da casa, diventa un collante identitario. Direi che a Bruxelles si sperimenta ogni giorno il significato dell’espressione ‘nuova evangelizzazione’: siamo chiamati alla chiarezza dell’annuncio e alla creazione di un ambiente accogliente. Altrimenti, dal punto di vista della fede, questa diventerà una terra di nessuno”.