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A pochi giorni dalla tornata elettorale del 10-13 giugno che eleggerà il nuovo europarlamento, il primo dopo l’allargamento del 1 maggio scorso, si fa sempre più viva l’attesa per questa nuova ripartenza dell’Europa a 25. Il Sir ha incontrato il card. Jean-Louis Tauran , bibliotecario e archivista della Santa Sede, già Segretario per i rapporti con gli Stati. Il 1° maggio l’Europa ha celebrato il suo allargamento a dieci nuovi Paesi… “Non parlerei di allargamento quanto di ritorno. Ritorno di Paesi che sono stati esclusi per tanti anni dal loro milieu naturale. È uno scambio di doni perché ritornando in Europa questi nuovi membri porteranno tante ricchezze culturali e storiche. Questi sono fattori di arricchimento e non di disturbo. Si tratta sicuramente di una pagina importante per la storia europea”. Alcuni di questi Paesi hanno vissuto 50 anni di regime comunista, un’eredità pesante che fa parlare qualcuno di Europa a più velocità. Condivide? “Certamente. Decidere a 25 sarà un esercizio molto complesso per cui bisognerà trovare delle formule in modo che ogni Paese membro si senta partner allo pieno titolo. Ma affinché questo accada le formule devono essere realistiche perché ci sono Paesi con esperienza diversa. La politica è l’arte del possibile, dunque, qualcosa, confido, sarà fatto”. Giovanni Paolo II più volte ha richiamato l’importanza di vedere citate le radici cristiane dell’Europa nel Trattato costituzionale… “Si è voluto far precedere il Trattato istituzionale da un preambolo dove si trova una visione della storia passata dell’Europa. Rileggendola non si può negare che il Cristianesimo sia stata l’unica religione che ha contribuito alla formazione delle istituzioni europee: pensiamo che la prima scuola nasce alla corte di Carlomagno per l’opera di un monaco, Alcuino, questo è un fatto incontrovertibile. Un monaco ha fondato la prima scuola. Le prime università sono state fondate dalla Chiesa. Ricordo sempre che il primo esercizio di democrazia diretta è l’elezione degli abati nei monasteri benedettini. Paolo VI, in una frase ripresa anche da Giovanni Paolo II, diceva che l’Europa è nata dalla croce, dal libro e dall’aratro, praticamente la spiritualità benedettina. Pensiamo poi ai pellegrinaggi, alla lingua latina come fattori culturali che hanno modellato la fisionomia dell’Europa. La storia va letta. Se c’è un preambolo, che sia equanime”. Lei è un profondo conoscitore dei problemi dei cristiani di Terra Santa. Questi avvertono il timore che l’azione diplomatica della Santa Sede sulla questione delle radici cristiane dell’Europa faccia passare in secondo piano quella verso la Terra Santa. È d’accordo? “Non si può negare che ci sia un’emorragia di cristiani in questa parte del mondo. Anche perché ci sono delle situazioni che durano da molti anni e non si può pretendere che tutti diventino o siano degli eroi. Ci sono situazioni nevralgiche in Terra Santa ed in Libano che riguardano i cristiani. Ciò che vogliamo evitare che i Luoghi Santi diventino dei musei ma delle realtà vive con comunità cristiane che operano attivamente e che il Libano continui ad essere quel laboratorio di dialogo che è stato fino ad ora, dove i cristiani sono partner uguali agli altri fedeli delle altre religioni. I cristiani del Medio Oriente continuano ad avere tutta l’attenzione necessaria da parte della Santa Sede. Interessa che i cristiani siano testimoni della loro fede in mezzo ad altri credenti”. Potrebbe servire l’ingresso di Israele nell’Unione europea, come qualcuno ha proposto, per risolvere la crisi mediorientale? “L’Europa per necessità deve avere delle frontiere. Si potrebbe pensare all’Ue come adesso e ad altri Paesi, associati, legati ad essa con rapporti più o meno stretti come il partenariato. Ma ci vuole molto tempo”.