La riflessione di un filosofo sulla rivista Etudes ” “” “
“Il nostro tempo ha il gusto della trasparenza, del rifiuto delle maschere, delle stanze segrete e dei saloni bui”. “La democrazia sarebbe tale a prezzo di una verità che prende la trasparenza per chiarezza, mentre il segreto sarebbe fratello del complotto e della macchinazione” ma, al tempo stesso, per salvarsi “dalla tirannia del ‘tutto vedere'” si affaccia decisa “la rivendicazione del diritto all’intimo, al privato”. Un apparente paradosso sul quale si interroga il filosofo JEAN-PHILIPPE PIERRON dalle colonne dell’ultimo numero di “Études”, mensile di cultura contemporanea fondato dai gesuiti nel 1856. Presentiamo alcuni stralci della sua riflessione. DIRITTO ALLA SEGRETEZZA. “La segretezza va di pari passo con la sfera intima. Ma qual è la natura di quest’ultima?” si chiede il filosofo. “L’accesso all’intimità, sia essa esistenziale, corporale, spirituale, economica o giuridica, rende il segreto necessario. Il diritto alla segretezza è la condizione per la fiducia”. “Meglio la verità che la libertà? Poiché il nemico del segreto è la curiosità, magari spinta fino al voyeurismo” prosegue Pierron, “come conciliare la difesa della libertà nella protezione della vita privata con il diritto alla verità come fondamento della circolazione delle notizie?”. In altre parole, “il diritto a sapere tutto, contro il diritto di non dire tutto. Conflitto di valori tra gli interessi di categorie di persone che trovano nel segreto le condizioni di esercizio della professione, e il diritto all’informazione che garantisce gli interessi della società e delle persone”. Tanto più aggravato “da quando l’accesso all’informazione è pensato in termini di rete (informatica) e di immediatezza in tempo reale”, per cui “il mantenimento di un segreto è vissuto come insopportabile” perché “la verità appare ‘una rivelazione’ e la segretezza è considerata manipolazione che ci confisca la verità”. ETICA DELLA RISERVATEZZA. “La riservatezza, nell’etica professionale, fa appello ad una presa di coscienza, ad una sorta di obbligazione morale” e, “ai confini tra deontologia e diritto, essa oscilla tra discrezione, delicatezza, fiducia e segreto professionale. Quattro tempi che precisa Pierron – sono egualmente i quattro livelli delle regole fondanti lo statuto della sfera dell’intimo nel rapporto con se stessi, con l’altro, con la professione e con la società. L’intimo – quello della coscienza personale o quello delle realtà materiali celate allo sguardo altrui consacra la singolarità irriducibile della persona. L’intimità, il cui contrario è l’impudicizia, è strettamente legata all’interiorità”. Per il filosofo “il gioire esprime un piacere intimo, se non addirittura una pienezza interiore, laddove la sofferenza è la manifestazione intima di un attacco all’integrità interiore. Ne consegue che in una cultura che esalta il successo individuale e la forza personale, l’individuo non può ammettere in pubblico la propria fragilità”. TRA VERITÀ E LIBERTÀ. “La discrezione prosegue Pierron – è una maniera di vivere la propria intimità con pudore” intensificando “l’attenzione alla vita interiore e riducendo la parte di sé da svelare in pubblico”. “La delicatezza conduce dolcemente verso la dimensione di un vivere relazionale dell’interiorità, è spartizione di un’intimità che osa appena confessarsi” ed “elabora una sorta di affinità elettiva segreta, quasi sotterranea”. “La confidenza chiarisce – è un’intimità condivisa tra due persone che in un particolare momento si sono scelte e presuppone la fiducia reciproca”. “Se la confidenza implica la scelta di due persone, la riservatezza impegna una collettività. Dalla confidenza alla riservatezza si opera il passaggio da un’etica personale ad un’etica professionale, giacché la riservatezza erige a norma comune la protezione dell’intimità”. Ma, precisa ancora il filosofo, “il patto di riservatezza non è su base contrattuale, e ciò la distingue dal segreto professionale. La prima è di ordine etico, il secondo di ordine legale; questo appartiene al diritto, quella alla morale”. “Inquadrare la riservatezza come valore e il segreto come norma” permette “all’intimità di esprimersi senza essere gettata in pasto al pubblico”. “La difesa dell’intimità invita” tuttavia “a domandarsi se esistano cose segrete per natura. Segretezza e riservatezza difendono il luogo dell’invenzione, della fragilità e della creatività, che richiedono separazione e distanza, nell’elogio di una coscienza libera”. Per il filosofo essi costituiscono “il baluardo di fronte ad una ‘potenza pubblicitaria’ che confonde potere e diritto di sapere”. Infine, “se vi è un’esigenza democratica di conoscere, la stessa esigenza impone di limitare quest’ansia di sapere con un diritto al segreto, unica garanzia di libertà. Solo a questo prezzo verità e libertà sono compatibili. La verità senza libertà è tirannica; la libertà senza verità è cieca”. ———————————————————————————————————– Sir Europa (Italiano) N.ro assoluto : 1301 N.ro relativo : 41 Data pubblicazione : 02/06/2004