prima pagina" "
Si è aperta il 3 giugno a Namur (Belgio) la VI Consultazione promossa dal Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee) su “La responsabilità delle Chiese e delle religioni per la creazione” (fino al 6 giugno; cfr.Sir n.40/2004). Durante i lavori verrà illustrato il contributo delle Chiese per lo sviluppo sostenibile e saranno presentate esperienze e testimonianze “ecumeniche” di diversi Paesi d’Europa. A conclusione dell’incontro sarà approvata una dichiarazione finale e verranno delineate le prospettive per l’impegno futuro, anche in vista della terza assemblea ecumenica europea (Romania, 2007). TESTIMONIANZA E IMPEGNO COMUNE. “Proprio le Chiese e le minoranze religiose ricoprono un ruolo chiave per un’ampia comprensione sui fondamenti etici dello sviluppo sostenibile. La pratica della responsabilità verso il Creato rappresenta oggi” per le comunità religiose “una possibilità di dimostrare l’attualità dei loro credo” in relazione ai “temi del nostro tempo”. Ne è convinto MARKUS VOGT, tedesco, membro della Commissione preparatoria dell’evento. “Il riconoscimento di una responsabilità per il Creato è in grado di produrre un’unità dinamica che ha la sua consistenza ed efficacia indipendentemente dalle differenze dogmatiche e liturgiche” osserva. Un ambito in cui “sono molto forti” le “aspettative e le speranze basate sulla forza morale e la testimonianza comune delle Chiese e delle minoranze religiose davanti ai massicci deficit della responsabilità a lungo termine nel mondo moderno”. Pur riconoscendo le “alleanze” create “già da alcuni anni tra religione, scienza, economia e politica per la sostenibilità a livello mondiale”, si tratta “solamente di legami deboli rimarca Vogt – efficaci solo a livello locale, pieni di problemi di percezione, incomprensioni e profondo scetticismo”. Di qui l’urgenza di promuovere “i potenziali delle religioni in maniera etica, ecumenica e sociale” individuando “sia i deficit che l’etica e la prassi cattoliche devono eliminare nell’ambito del discorso interreligioso, interdisciplinare e sociale, sia i punti di forza specifici che esse posso apportare nell’interpretazione e nell’attuazione della sostenibilità”. GIUSTIZIA ECOLOGICA E PACE. “La visione integrale delle questioni ambientali che inizia a porsi con il concetto di sostenibilità, corrisponde profondamente allo spunto della responsabilità cristiana per il Creato”. Richiamando la posizione “sempre più decisa” di Giovanni Paolo II su tali questioni, accompagnata dalle frequenti richieste di “una conversione ecologica”, e gli incontri internazionali cui la Chiesa cattolica partecipa da anni, Vogt sottolinea “la nuova qualità della collaborazione tra le comunità religiose, la scienza e lo Stato”, ma ne rileva la mancanza di “forza coesiva per presentarsi all’opinione pubblica e portare avanti i temi con l’energia necessaria”. “Gli anni passati hanno mostrato”, aggiunge, che “la sostenibilità non è pensabile senza il superamento dei nuovi conflitti (terrorismo o guerre ‘preventive’) che ostacolano ogni sforzo per la pace, la giustizia e la responsabilità per il creato. In tale contesto l’ecumenismo, interpretato nel senso ampio dell’intesa interreligiosa (soprattutto tra le comunità cristiane e islamiche), acquista una crescente importanza per la conservazione e il recupero della pace”. In altre parole, “nessuna pace senza ecumenismo. Nessun ecumenismo senza giustizia ecologica. Nessuna giustizia ecologica senza pace”. Per Vogt “sono necessari dialoghi intensi per impedire che il conflitto ecologico sull’accesso alle risorse di acqua, petrolio e terra coltivabile venga traslato e riacceso sul piano religioso”. Indispensabile, inoltre, “l’adozione di uno stile di sobrietà cui “le religioni possono offrire un contributo sostanziale”. E ancora, ci vuole “capacità di pensiero a lunga scadenza e radicamento strutturale di questa prospettiva a lungo termine”.