prima pagina" "
I risultati della più grande elezione d’Europa hanno sorpreso poco. L’equilibrio delle forze nel Parlamento europeo si sposterà leggermente a destra. Quelli che hanno perso di più sono stati i socialisti, mentre “euroscettici” vari, “eurorealisti” e altri partiti marginali sono quelli che hanno conquistato più voti. Non essendosi verificati cambiamenti significativi nella composizione dell’assemblea, l’attenzione si è concentrata sull’altra caratteristica storica di questo esercizio di democrazia: il numero record di elettori che ha scelto di non votare. Durante la conferenza stampa per il lancio della dichiarazione Comece sulle elezioni all’inizio di maggio, un giornalista polacco mi ha chiesto perché i vescovi non avevano dichiarato più esplicitamente la propria opposizione alla demagogia e al populismo. Riteneva, infatti, che la visione contenuta nel documento avrebbe potuto essere realizzata solo in un sistema aperto e democratico. La sua domanda mi ha sorpreso, non perché fosse dalla parte del torto, ma perché io, come moltissimi europei occidentali, davo per scontato di vivere in una società aperta e democratica. In alcune aree europee, le persone ricordano ancora che la libertà è un dono fragile e prezioso. È dunque sconcertante che i livelli più bassi di partecipazione a queste elezioni si siano registrati nei nuovi Stati membro dell’Europa centrale e orientale. Negli Stati che sono da tempo membro dell’Unione ci sono state, invece, sorprese positive: il numero di votanti nel Regno Unito e nei Paesi Bassi è passato dai rispettivi 24% e 30% delle elezioni del 1999 al 39% di questo anno. Tuttavia, in generale, il tasso di partecipazione è calato di 4 punti al 45%. Pur continuando a essere più alto della media delle elezioni per il Congresso statunitense, quello che ne scaturisce non è certo un mandato entusiasmante per il nuovo Parlamento che comincerà i lavori a Bruxelles e a Strasburgo entro due settimane. Di chi è la colpa? È chiaro che gli elettori hanno delle responsabilità. Tuttavia, se nessuno dei candidati li ha convinti, è difficile condannarli per non aver espresso alcuna preferenza. Infatti, considerati la superficialità con cui i mezzi di comunicazione sociale, per non parlare dei politici, ritraggono il Parlamento europeo e la mancanza di informazione per i cittadini sul funzionamento dell’Unione europea, appare degno di nota che 155 milioni di Europei abbiano effettivamente fatto lo sforzo di andare a votare. Quanti si sono astenuti, possono averlo fatto per mancanza di interesse, ma anche per protesta contro una situazione politica che ha dato loro poche motivazioni per votare. Si osservi che un numero crescente di coloro che si sono presi la briga di votare, ha scelto partiti con un chiaro programma europeo, sebbene anti-integrazionista. Purtroppo, la conseguenza di questa bassa partecipazione è che piccoli gruppi estremisti possono esercitare una influenza sproporzionatamente ampia sul sistema politico. È qui che sorge lo spettro del populismo e della demagogia. Se gli elettori non prendono sul serio le elezioni e l’istituzione e non votano per candidati che rappresentano i loro valori ed interessi, i seggi non rimarranno vuoti, ma saranno riempiti da persone che non prendono sul serio la propria responsabilità elettorale. Speriamo che ciò non accada nel nuovo Parlamento europeo. Tuttavia, nello stesso giorno in cui molti europei si sono recati alle urne, i serbi hanno cercato di eleggere un nuovo Presidente, dopo il fallimento di successivi tentativi di raggiungere l’affluenza necessaria. Un candidato che è andato al ballottaggio appartiene a un partito il cui leader è in attesa di processo per crimini di guerra con Slobodan Milosevic. Ciò dovrebbe essere un monito sia per gli elettori europei sia per politici, alcuni dei quali sembrano già aver dimenticato quant’è fragile e preziosa la nostra libertà democratica.