Dottrina sociale della Chiesa: mons. Diarmuid Martin ” “su "Priests and People"” “” “
Malgrado la dottrina sociale della Chiesa costituisca una parte essenziale della predicazione del Vangelo, alcuni cristiani mostrano una certa riluttanza ad essere informati e sensibilizzati sull’argomento. Eppure l’impegno per la giustizia, la pace e il bene comune, la sussidiarietà, la dignità del lavoro, l’opzione per i poveri, non possono più attendere. “È vero che oggi, così come nella parabola di Lazzaro e del ricco Epulone, il povero si accontenterebbe delle briciole cadute dalla mensa del ricco”, ma per un cristiano “ciò non è sufficiente”. Ne è convinto mons. DIARMUID MARTIN, arcivescovo di Dublino e già segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, del quale proponiamo una riflessione tratta dall’ultimo numero del mensile inglese di teologia pastorale “Priests and People”. PROFETA DI GIUSTIZIA. “Sono convinto che il contributo più significativo che un vescovo può offrire al dibattito” sulla diffusione “del Vangelo della giustizia, della pace e della speranza” consiste “nella formazione delle coscienze” afferma l’arcivescovo. “Il contributo più originale della Chiesa in materia è l’unicità della sua visione antropologica che scaturisce dal Vangelo”; un concetto che “può essere apprezzato e agevolmente assimilato dai modelli di sviluppo delle attuali società pluraliste”. Richiamando la recente esortazione apostolica Pastores Gregis, mons. Martin ne rileva le definizione del vescovo quale “profeta di giustizia”. Attraverso “l’insegnamento morale e sociale della Chiesa, egli proclama la speranza e la pace” e diviene “profeta della carità”. Il suo impegno “non si limita ad un catalogo di denuncia delle ingiustizie”, né si traduce in “un’agenda di programmi di intervento”. CARITA’ E GRATUITA’. Per l’arcivescovo di Dublino si tratta, innanzitutto, di “rivalutare il termine ‘carità’, inflazionato e purtroppo impoverito nel linguaggio comune”. Oggi infatti, rimarca il presule, si sente dire: “Non vogliamo carità; vogliamo i nostri diritti e opportunità di sviluppo”; eppure la carità “è centrale nell’identità del cristiano; ne è il tratto più caratteristico” ed ora, in un mondo “governato dalla logica dei vantaggi personali, degli interessi nazionali a lungo termine e dalla competizione” occorre recuperare la “dimensione fondamentale della carità come gratuità nelle relazioni con l’altro”. Quanto alla povertà, essa “è l’incapacità delle persone di realizzare il potenziale dato loro da Dio. Lottare contro la povertà significa” allora “investire sulla capacità di ogni uomo, incoraggiandolo ad essere ciò che Dio desidera sia. Innanzitutto uguale in dignità a chiunque altro”. Per l’arcivescovo significa inoltre “sentirsi personalmente offesi quando qualcun altro nel mondo non ha le nostre stesse opportunità di realizzazione”. Occorre dunque incoraggiare ogni uomo ad “essere soggetto del proprio sviluppo”: “dovremmo essere felici ammonisce Martin perfino quando gli abitanti dei Paesi poveri divengono nostri concorrenti sul piano economico” e ciò “è profondamente diverso dai vecchi modelli assistenziali”. LA VOCE DEI POVERI. La dignità di ogni persona, l’unità della famiglia umana e l’integrità della creazione sono per mons. Martin i pilastri su cui fondare l’impegno per la giustizia. “Il povero rimarca – chiede innanzitutto di avere voce” e ciò implica “l’eliminazione delle attuali strutture di dominio e lo stabilirsi di sistemi partecipativi”. Richiede, in particolare, “un serio impegno per la creazione di una società civile sana, informata, critica e costruttiva. Molto lavoro può essere svolto attraverso l’educazione ai diritti umani e il contributo dei media, soprattutto a livello locale”. Rimane tuttavia strategico il ruolo della Chiesa: “se la lotta alla povertà deve oggi entrare a pieno titolo nei programmi politici”, attraverso “la formazione delle coscienze la Chiesa può assicurare che questa ‘scelta politica’ sia consapevole e fondata sull’investimento sulle persone”. Il principio dell’unità della famiglia umana si collega poi a quello dell’universale destinazione dei beni”; pertanto, afferma l’arcivescovo “la proprietà privata non deve essere assurta a principio assoluto”. In particolare, avverte il presule, “la proprietà intellettuale non va invocata per ‘tesaurizzare’ le conoscenze, soprattutto nel campo della ricerca medico-scientifica”. Di qui il riferimento alle aziende farmaceutiche che, riluttanti a produrre farmaci a basso costo per la cura dell’Aids, della tubercolosi e della malaria, “sembrano privilegiare i diritti legati alla proprietà intellettuale” rispetto “al bene dell’umanità”. “La credibilità delle istituzioni internazionali dipenderà dalla loro capacità di promuovere “un’architettura di relazioni mondiali fondata sul diritto e la buona governance“, conclude mons. Martin, ma “ogni sforzo deve accompagnarsi ad una convinta opzione per il povero”; un ambito nel quale “la Chiesa può costituire un potente fattore di stimolo”. ———————————————————————————————————– Sir Europa (Italiano) N.ro assoluto : 1308 N.ro relativo : 48 Data pubblicazione : 25/06/2004