carcere" "

Più soli dietro le sbarre” “

Europa: la lotta ” “al terrorismo si ripercuote ” “anche sulla vita dei detenuti” “” “

In Europa la situazione delle carceri, e degli altri luoghi in cui si vieni privati della libertà per ordine dell’autorità (tra cui centri per immigrati, questure, ospedali psichiatrici…), “è preoccupante e difficile” anche perché “la paura del terrorismo enfatizza tutto”. Sono 1.900.000, nei 45 Paesi del Consiglio d’Europa, le persone private della libertà, una cifra in costante aumento, e le situazioni più “a rischio di maltrattamento” sono “nei luoghi di polizia” e nei centri per immigrati. A parlarne è Mauro Palma , componente italiano del Comitato europeo per la prevenzione della tortura, organismo del Consiglio d’Europa composto da un rappresentante per ognuno dei 45 Paesi. Elabora rapporti riservati che vengono inviati ai singoli governi, chiedendo di attuare eventuali raccomandazioni. Come l’Europa affronta il tema “carcere”? “Nell’ambito del Consiglio d’Europa viene affrontato come meccanismo di tutela delle persone private della libertà, visto che il Consiglio è retto dalla Convenzione europea per i diritti umani. Il compito del Comitato europeo per la prevenzione della tortura è di monitorare la situazione in tutti i luoghi di privazione della libertà, con visite ispettive, anche senza preavviso. Poi viene inviato un rapporto riservato ai governi, che hanno sei mesi per rispondere. Rompere la riservatezza è una specie di sanzione. Finora solo 4 volte abbiamo utilizzato il nostro potere sanzionatorio: 2 volte nei confronti della Turchia, 2 volte con la Federazione russa. Mentre sulle denunce delle organizzazioni per i diritti umani i governi possono dire che non è vero, sui nostri rapporti non possono, perché abbiamo un accesso illimitato ai luoghi e agli atti giudiziari. Per cui i governi stanno un po’ più attenti. Dopo qualche anno i rapporti diventano pubblici. L’Ue invece ha avviato più un discorso di cooperazione giudiziaria. Solo da poco ha iniziato una bozza di analisi dei vari sistemi giudiziari”. Qual è il problema maggiore che riguarda le carceri in Europa? “Il problema più grande in Europa è l’aumento dei detenuti e dell’area di intervento penale, mentre diminuiscono gli stanziamenti sociali. Con l’aumento dei numeri c’è la conseguenza del sovraffollamento, che fa diminuire la vivibilità e i progetti sociali di reinserimento, mentre aumentano i rischi di maltrattamento”. Cosa è cambiato con il fenomeno migratorio sempre più alle porte? “L’Europa si rivolge agli immigrati con lo strumento della detenzione, privando della libertà persone che non hanno commesso reato, con scarse politiche per regolare l’immigrazione. Sul totale dei detenuti gli immigrati sono un terzo, con numeri più alti nei Paesi di più recente immigrazione. Altri Paesi (Germania e Francia ad esempio) si trovano ad affrontare la criminalità di seconda generazione, problema più grave perché sottintende un rifiuto da parte del Paese di accoglienza. La presenza di tanti immigrati nelle carceri è dovuta alla mancanza di accesso ordinato e legale nei Paesi”. Lei ha visitato molti luoghi di detenzione… dove sono le situazioni peggiori? “Il problema maggiore sono i maltrattamenti nei luoghi di polizia soprattutto nei Paesi in cui il fermo è molto lungo. Quelle sono situazioni a fortissimo rischio di maltrattamento fisico. Dal punto di vista delle condizioni degradanti e umilianti i più a rischio sono i centri per immigrati. Qui c’è mancanza di comunicazione, c’è la disperazione di queste persone, l’affollamento. Le situazioni più difficili sono nei Paesi in cui si può stare nei centri anche a tempo indeterminato. Ma anche la situazione di sovraffollamento nelle carceri sta creando problemi di condizioni degradanti”. E le situazioni migliori? “C’è un livello migliore nei Paesi del nord Europa anche se ultimamente è in atto una disaffezione nei confronti dei propri modelli di grande efficienza sociale. Quindi anche i numeri della detenzione in quei Paesi stanno aumentando. Inoltre, mentre prima si tendeva a costruire strutture che favorissero la socializzazione all’interno, ora le persone sono molto più isolate”. Come risolvere allora i tanti problemi del carcere? “La società civile deve riappropriarsi del carcere. Sarà possibile attenuare la fisionomia repressiva del carcere soltanto riconoscendo che il carcere è un problema anche di chi è all’esterno. Questo può trasformarsi di conseguenza in maggiore sicurezza, perché le persone, se reinserite bene in società, non tornano a delinquere”.