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Su invito del card. Cormac Murphy O’Connor, arcivescovo di Westminster, si è svolto a Leeds dal 30 settembre al 3 ottobre l’incontro dei presidenti delle 34 Conferenze episcopali che fanno parte del Ccee, il Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa. Pubblichiamo una nota di mons. Amédée Grab, vescovo di Coira (Svizzera) e presidente del Ccee, che sintetizza parte delle discussioni a cui si sono dedicati in questi giorni di lavori i responsabili delle Chiese europee (servizio nella pagina seguente). In Europa la maggioranza di noi vive la democrazia e, in teoria, lo sviluppo della società civile dovrebbe garantire per tutti gli stessi diritti. Tuttavia c’è qualcuno che vorrebbe impedire la partecipazione della Chiesa cattolica alla vita politica e democratica. Si vive in una cultura che loda la tolleranza, predica la tolleranza ma non sempre tollera che la Chiesa parli pubblicamente. Prendiamo atto che il tentativo di relegare la religione a fatto privato è presente sia nell’Ovest che nell’Est dell’Europa. È un’eredità sia della visione comunista che di un certo liberalismo. Le reazioni negative verso la Chiesa e le altre comunità religiose sono fondate su un’immagine della Chiesa e della religione che per noi cattolici è lontana dalla verità. Come reagire in positivo? ‘ La sintesi tra fede e cultura non è solo un’esigenza della cultura, ma anche della fede… Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta’. Con tali parole, il Santo Padre esprime la sua profonda convinzione che la Chiesa non deve chiudersi a nessuno e non deve aver paura davanti alla realtà della cultura dominante. Al contrario, essa deve sviluppare uno stile di comunicazione che permette un vero dialogo, nel quale la verità non si nasconde ma risplende davanti a tutti. La Chiesa cattolica, soprattutto nella parte occidentale dell’Europa, è stata costretta ad interrogarsi su questioni di fondo e quasi a ri-orientarsi di fronte a tante sfide che sono cresciute nel cuore della cultura negli ultimi tre o quattro secoli. Per le Chiese dell’Est Europa, specie per l’ortodossia, questo confronto con la mentalità secolarizzata sta diventando un nodo decisivo. In realtà negli ultimi anni ci sono stati tentativi di dialogo tra fede e cultura moderna da parte di rappresentanti di Chiese ortodosse. Come dobbiamo comportarci? Innanzitutto occorre chiarire che parlare dell’inculturazione del Vangelo non significa abbandonare il cuore del Vangelo; piuttosto è segno del desiderio di condividere con i nostri contemporanei ciò che il Vangelo ha di estremamente originale da donare alla nostra cultura. Inoltre, parlare dell’evangelizzazione della cultura non vuol dire imperialismo cattolico o proselitismo ma corrisponde alla semplice consapevolezza dei cattolici che sarebbe un’omissione grave il non essere nelle piazze e nelle istituzioni che sono gli equivalenti odierni dell’Areopago di Atene. E vero, siamo pienamente cittadini di questo mondo ma non esclusivamente. Non ci bastano i valori di questo mondo, non li ignoriamo, e non ci sentiamo al di fuori della cultura europea. Essa è il nostro contesto missionario, e quanto più la capiamo tanto più fecondo sarà il nostro impegno per comunicare il Vangelo.