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Arte e liturgia nel ‘900:” “Paesi europei a confronto sull’idea di chiesa nell’architettura ” “” “
Si è svolto a Venezia, il 7-8 ottobre scorsi, il convegno “Architettura e liturgia nel Novecento esperienze europee a confronto” organizzato dall’Ufficio nazionale Beni culturali ecclesiastici della Cei, in collaborazione con il Patriarcato di Venezia. L’appuntamento si è posto in continuità con le due giornate di studio dedicate ad “Arte e liturgia nel Novecento” tenutesi, sempre a Venezia, nel 2003. L’obiettivo perseguito attraverso questi convegni, spiegano gli organizzatori, è “un confronto permanente tra Chiesa e mondo dell’arte e dell’architettura, che agisca nell’oggi e per il futuro -, alla ricerca di segni e linguaggi capaci di esperire nuove forme di ‘comunione’ tra la sensibilità artistica contemporanea e quella Rivelazione della fede che ogni volta nuovamente si compie nello spazio sacro attraverso l’atto liturgico, affinché la sua eterna attualità sia vissuta dall’assemblea viva dei fedeli”. Il 4 dicembre 1963 veniva emanata la Sacrosanctum Concilium, costituzione sulla liturgia del Concilio Vaticano II. Temi fondamentali della riforma conciliare erano: centralità e unicità dell’altare, ascolto della Parola di Dio e ruolo consapevole, attivo e protagonista dell’assemblea dei fedeli. Dall’esposizione dei relatori alle giornate di Venezia, abbiamo selezionato alcune indicazioni relative all’adeguamento dell’architettura alla riforma liturgica post conciliare. SPAGNA. “Durante gli anni del franchismo ha spiegato PALOMA GIL, docente di progettazione presso la Scuola superiore di architettura di Valladolid -, la religione era uno dei punti essenziali del regime, ragion per cui le chiese hanno avuto una eccessiva prudenza nel cominciare ad allontanarsi dagli stereotipi solenni che le avevano contraddistinte per trasformarsi, molto lentamente, in quei luoghi di accoglienza che una parte del clero aveva sollecitato. Fino alla metà degli anni Cinquanta, le cerimonie si svolgevano in ‘recinti’, quasi come fossero spazi scenici. Essi funzionavano bene per comunicare ancora la narrazione morale, solenne, tradizionale e nostalgica delle chiese quali edifici costruiti dall’uomo per onorare Dio. Nel 1963, con le direttive del Concilio, si definisce il senso degli elementi fondamentali: altare, tabernacolo, amboni e battistero, così come il rapporto tra l’altare e lo spazio destinato ai fedeli. I cambiamenti liturgici richiedono la creazione di ‘Case di Dio’ in cui gli uomini si sentano accolti da Lui. Alla fine, nella spoglia architettura moderna, sembravano fattibili le chiese come luoghi di riunione dell’assemblea. Al termine del secolo, in un momento di sconcerto architettonico forse senza precedenti, risplende il progetto (1996-2002) della ‘Catedral de los Angeles’ di Rafael Moneo in cui si conciliano, con inusuale precisione, tutti i parametri dell’architettura”. GERMANIA. “Nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale ha ricordato WALTER ZAHNER, della diocesi di Regensburg -, numerose chiese in Germania dovettero essere riedificate o costruite ex novo. Furono costruite numerose chiese-via, edifici che seguivano il progetto tradizionale dello spazio sacro, e parallelamente, già nella metà degli anni ’50, edifici sacri che realizzavano le idee del movimento liturgico preparando così il Concilio Vaticano II e i suoi mutamenti. Chiese che corrispondono maggiormente all’idea della comunità riunita intorno alla mensa eucaristica. Una delle più costose e più vistose costruzioni degli ultimi anni, la Herz-Jesu-kirche di Monaco, costruita nel 2001, fu costruita ex novo secondo il progetto di una chiesa-via. Da circa 8 anni nella costruzione di nuove chiese o negli adeguamenti si realizza la cosiddetta ‘forma-communio’, sempre più frequentemente richiesta dalle comunità e discussa dagli esperti di liturgia. Nel realizzarla si tiene conto dello stesso valore attribuito dal Concilio Vaticano II al servizio della Parola e alla celebrazione eucaristica: ambone e altare si collocano nello spazio con la stessa importanza, come i due poli di una ellisse (p.e. St. Anton a Passau, adeguamento 1998)”. FRANCIA. “La necessità di chiese suscitata da una urbanizzazione galoppante ha affermato JEAN-PAUL DEREMBLE, docente di Storia dell’arte all’Università di Lille III ha potuto iscriversi nello spirito conciliare, pur non sempre riuscendo a coglierne la pienezza e a fornire una forma artistica qualitativamente appropriata. La cattedrale di Evry è senza dubbio l’esempio più complesso in cui si può misurare la distanza tra il segno architettonico e la proposta liturgica. Nelle chiese costruite a Parigi, la contraddizione tra il desiderio di impiantare con discrezione la chiesa nelle masse e la necessità di mantenere una simbologia tradizionale, hanno impedito di trovare una pienezza artistica e talvolta anche quella missionaria. Per contro, la problematica degli adeguamenti degli edifici antichi ha dato luogo ad alcune esperienze molto meno spettacolari ma di maggiore fruibilità per gli utenti”. “Il sostegno alla creazione contemporanea ha concluso Deremble -, nell’ambito della nuova architettura o in quello della sistemazione degli antichi volumi, grazie all’autorità pubblica, più o meno alternata a quella delle comunità ecclesiastiche, ha tuttavia permesso alcune realizzazioni di grandissima qualità, in una appassionante ricerca di articolazione tra antico e moderno. L’esempio della cattedrale di Lille costruita lungo l’arco di tre secoli mostra quanto la ‘Chiesa’ abbia bisogno di una ‘chiesa’ d’attualità in cui si incontrino le forze vive della creazione”. ITALIA. “Il congresso organizzato nel 1955 a Bologna, diocesi guidata dal card. Lercaro ha affermato GIORGIO DELLA LONGA docente presso la Facoltà di architettura dell’Università degli studi Roma Tre, ripercorrendo il cammino dell’architettura religiosa in Italia – segnò un evento di respiro europeo, sia per il dialogo che ne scaturì e proseguì sia a livello nazionale e internazionale con le altre diocesi, le università e con la pubblicazione di ‘Chiesa e quartiere’ e sia per l’attività edilizia promossa a partire dai concorsi annunciati in occasione del congresso e proseguita con il coinvolgimento di alcuni maestri di fama europea, per dare una risposta qualificata alla carenza di chiese nelle nuove periferie. L’esperienza bolognese sollecitò altre iniziative; da segnalare quelle della diocesi di Milano, a partire dal card. Schuster prima e, soprattutto, con il rilancio dell’attività edilizia da parte del card. Montini e l’operato del ‘Comitato costruzione nuove chiese’ presieduto da Enrico Mattei. A questo momento di deve senza dubbio la stagione più felice dell’architettura e dell’arte ecclesiastica italiana del Novecento, con il coinvolgimento di grandi protagonisti dell’architettura e dei migliori artisti del momento. E siamo arrivati agli anni del Concilio Vaticano II alle cui sollecitazioni viene risposto il concorso del vicariato romano per quattro nuovi centri parrocchiali e i concorsi di Ascoli Piceno, Cattolica e Ravenna con una significativa ricerca sullo spazio ecclesiale”. Negli anni a seguire si manifesta, però, “uno smarrimento manifestato dallo scadente professionismo delle nuove chiese degli anni ’70 e ’80. Termometro dello stato di disagio raggiunto è il concorso, aperto ai progettisti Cee, promosso dal vicariato romano a distanza da quasi trent’anni dal precedente, entro il programma ’50 chiese per Roma 2000′”. A fronte dell’enorme numero di partecipazioni, il concorso romano rivela in modo sconcertante, l’occasionale ricerca della ‘forma del sacro’ completamente slegata da una maturazione del percorso sino ad allora compiuto: pare evidente che l’evento della liturgia conciliare sia ancora a fatica riconosciuto in tutto il suo valore e le sue implicazioni”. SVIZZERA. “L’architettura ecclesiastica svizzera ha spiegato FABRIZIO BRENTINI, storico dell’arte – si caratterizza già nella fase neobarocca per una forte sensibilità liturgica. Una svolta decisiva è data dalla chiesa di St. Karl (1933-34), a Lucerna, con il coro a semicerchio. L’autore, Fritz Metzger, è responsabile anche del secondo passo decisivo per l’edilizia liturgica: nelle chiese di St. Franziskus a Riehen e di St. Felix und Regula a Zurigo, si abbandona la pianta longitudinale a favore di una trapezoidale o ovale. Il boom edilizio dopo la seconda guerra mondiale ha prodotto molti esempi mediocri. Si salvano le chiese di Walter M. Förderer e, ancor più, la chiesa di S. Pietro a Meggen di Franz Füegg. Esse presentano alla vigilia del Concilio Vaticano II, perfino nello spazio del coro, ordini liturgici che in Svizzera rappresenteranno la norma fino agli anni ’70”. Negli anni ’90 “anche in Svizzera si è discusso sugli edifici ecclesiastici multifunzionali ma gli stessi architetti, soprattutto Peter Zumhtor e Mario Botta, con le loro piccole cappelle, hanno dato il colpo di grazia a questa concezione. Da segnalare, una costruzione non più utilizzata per la liturgia: la cappella dell’autostrada di Pascale Guignard e Stefan Saner in Erstfeld (1999), per facilitare il raccoglimento in preghiera a tutti i fedeli di tutte le religioni, non presenta all’interno alcun simbolo religioso”.