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La vicenda che in questi giorni ha coinvolto la Commissione designata e il Parlamento europeo, al di là degli strascichi polemici e dell’ombra lanciata sulla cerimonia della firma della Costituzione, ha molto da insegnare ai diretti protagonisti, ai politici europei, ai cittadini che si sentono partecipi del faticoso ma affascinante processo di integrazione comunitaria. Anzitutto occorre affermare che mercoledì a Strasburgo, rimandando la votazione sull’Esecutivo, si è creato un impasse istituzionale, contravvenendo fra l’altro alle disposizioni dei Trattati in vigore che prevedevano il varo della Commissione non oltre il 1° novembre. Le regole dell’Unione sono state “piegate” e sacrificate per un fattore contingente (non è certo la prima volta che succede, basti pensare al Patto di stabilità), ma in questo caso ne è valsa la pena: la bocciatura di Barroso da parte dell’Assemblea avrebbe creato una pericolosa crisi istituzionale a due giorni dalla segnatura della Carta, crisi che sarebbe risultata incomprensibile ai cittadini dell’Ue. L’atteggiamento del presidente incaricato è stato, in questo senso, ineccepibile sul piano istituzionale e, comunque, saggio. Ha ritirato per tempo la sua squadra per evitare una sconfitta; non ha forzato la mano ai deputati, rimarcando (anche se avrebbe potuto farlo prima) la centralità del Parlamento. Barroso può uscirne paradossalmente rafforzato nei confronti dei governi nazionali: potrà da questi pretendere che indichino nuovi commissari, ritenendosi diversamente libero per un “rimpasto” della squadra, assegnando i portafogli secondo considerazioni proprie e meno vincolate alle pressioni dei premier. D’altro canto ora si impongono una serie di interrogativi di non poco conto: di quanto tempo avrà bisogno Barroso per tale “rimpasto”? Quando si potranno effettuare le nuove, eventuali, audizioni? Quando potrà esprimersi il Parlamento? I sei commissari contestati (alcuni per manifesta incompetenza, altri per possibili conflitti di interesse, altri è il caso di Buttiglione “rei” di aver espresso con una fermezza ritenuta fuori luogo in sede europea le proprie convinzioni etiche e morali) resteranno nell’équipe del leader portoghese? Resta infine sul tavolo un elemento positivo, tutt’altro che secondario, riguardante il complessivo cammino verso l’Europa unita. Si tratta della inaspettata capacità di confronto politico emersa tra le forze presenti in Parlamento e del ruolo centrale che l’Aula ha giocato nella vicenda. Certamente tra gli eurodeputati emergono atteggiamenti differenti: vi sono posizioni marcatamente federaliste e altre euroscettiche; accanto a parlamentari più “tolleranti” sul piano etico ne siedono altri fermamente convinti a tutelare – a ogni costo? – la libertà di coscienza; convivono poi mentalità e abitudini assolutamente diverse tra i 732 esponenti provenienti da 25 nazioni, che parlano 20 lingue e sono a Strasburgo e Bruxelles in molti casi per porsi al servizio del “bene comune europeo”, in altri per rappresentare più modesti, persino meschini, interessi nazionali. Eppure, in questa occasione si è fatta largo una più convinta “democrazia parlamentare”, che prevede pari dignità tra le istituzioni comunitarie (Parlamento, Consiglio, Commissione) e che pone al centro della “casa comune” i cittadini piuttosto che le cancellerie. “Se i governi rispettano il Parlamento, è stato detto durante il dibattito di mercoledì, anche l’autonomia della Commissione rispetto ai governi ne beneficerà”. E il suo presidente sarà più forte e autorevole. Forse la costruzione europea riparte da qui.