Su solide fondamenta ” “

La firma di Roma ha chiuso 50 anni di cammino” “e ha aperto un nuovo percorso ” “” “

Roma, Maastricht e poi ancora Roma. Passando per Bruxelles, Strasburgo, Laeken… Il Trattato Ue firmato nella capitale italiana venerdì 29 ottobre 2004 è il frutto di una lunga corsa a tappe, cominciata addirittura mezzo secolo fa con l’istituzione della Cee (Comunità economica europea), divenuta Ue all’inizio degli anni Novanta. Tra i maggiori conoscitori della nuova Carta fondamentale c’è Jacques Ziller , già docente di diritto pubblico all’Università Parigi 1-La Sorbona e attualmente professore all’Istituto universitario europeo di Firenze. Esperto di diritto costituzionale ed europeo, ha seguito i lavori della Convenzione per il Comitato delle regioni. Questo Trattato costituzionale rappresenta una svolta per la costruzione della “casa comune” europea? “Io sono convinto che la firma in Campidoglio si possa considerare un punto fermo nella nostra storia comunitaria. Ma subito aggiungo che ciò dipenderà anche dal successivo percorso di ratifica della Carta e dalla fase di applicazione delle norme in essa contenute. Nel 1957 si diede vita, con i trattati di Roma, alla Cee e all’Euratom (la Comunità europea per l’energia atomica – ndr.), ma alle spalle di quei documenti esisteva già la consolidata esperienza di collaborazione tra i sei Stati fondatori che, sei anni prima, avevano creato la Ceca, la Comunità del carbone e dell’acciaio. Allo stesso modo noi oggi abbiano una Costituzione che poggia sulle solide fondamenta della Cee e del Trattato di Maastricht, sulle istituzioni e le politiche dell’Unione. Procediamo, quindi, verso una Europa più politica, basata sul concetto di cittadinanza”. Significa che Bruxelles e le istituzioni comuni sono più vicine ai cittadini? “Direi di sì. È un fatto di assoluta rilevanza, ad esempio, l’inserimento nel Trattato della Carta dei diritti fondamentali, che era stata approvata a Nizza nel 2000. Sinora era considerata una semplice ‘dichiarazione’, mentre ora le viene riconosciuta rilevanza costituzionale. La tutela dei diritti assume un duplice aspetto. Anzitutto si possono individuare esattamente quali sono i diritti garantiti all’interno dell’Ue e quali non lo sono. In secondo luogo, ogni volta che verrà avviata un’azione o una politica Ue, si dovrà verificare se essa rispetta tali diritti”. In quali altri modi si evidenzia l’accresciuto valore della cittadinanza? “Potremmo citare il fatto che al Parlamento è assegnato un ruolo più importante nel processo di formazione delle leggi comunitarie, divenendo di fatto co-legislatore assieme al Consiglio. Un po’ come accade in un Parlamento bicamerale… Ma la Costituzione tende complessivamente a delineare con maggior precisione i tratti di una democrazia rappresentativa e partecipativa”. Per la politica estera, invece, così come avviene in altri settori fra cui il fisco, la Costituzione mantiene la regola dell’unanimità. Come si può pretendere di contare qualcosa sullo scenario mondiale? “Anche in politica estera si compiono passi avanti: basti pensare alla istituzione della figura del ministro degli Esteri Ue. Ma io sono più ancora convinto che una politica estera di statura internazionale non nasca grazie a un trattato e che con il principio di maggioranza le cose non cambierebbero molto. Il problema è un altro: finché ci saranno gli Stati nazionali e finché questi avranno un ruolo rilevante nell’Unione, ci saranno sempre tante politiche estere diverse, spesso divergenti. Per migliorare questa situazione, credo si possa partire dall’istituire un ‘servizio esteri’ comune dell’Ue, che conti sull’appoggio di Commissione, Alto rappresentante per la politica estera e Stati membri e che coinvolga funzionari di diverse nazionalità”. La Turchia entrerà a far parte dell’Unione? “Se valutiamo la questione sotto il profilo geografico, direi che indubbiamente la Turchia è un paese europeo. Così come lo è sotto il profilo storico: c’è sempre stata una vicinanza, una comunanza di eventi con il vecchio continente. Nemmeno la religione mi sembra un ostacolo, nel senso che non esistono ‘confusioni’ tra Stato e chiesa, tra fede e politica. Credo però che il vero nodo sia di natura sociale e culturale. La Turchia ha oggi uno sviluppo demografico ben diverso dal nostro, altri standard di vita e differenti livelli di sviluppo economico. E poi c’è da risolvere l’anomalo rapporto tra politica e forze armate. Nei confronti di Ankara l’Ue deve considerare tutte queste situazioni e prendere una decisione di alto profilo politico”.