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Intervista con il card. Vinko Puljic arcivescovo di Vrhbosna-Sarajevo” “” “
Quasi dieci anni fa gli accordi di Dayton (dicembre 1995) hanno posto fine a tre anni e mezzo di conflitto in Bosnia (1992-1995) creando una struttura particolare composta da due entità che non trova corrispondenti in nessun altro sistema politico del mondo. Della Bosnia Erzegovina fanno infatti parte la Federazione di Bosnia Erzegovina (croato musulmana) che occupa il 51% del territorio, e la Repubblica serba (49% del territorio). Di fatto la Bosnia è un protettorato con un Alto rappresentante della comunità internazionale. La Nato è presente con i 12mila uomini della Sfor (Forza di stabilizzazione) che hanno il compito di mantenere il controllo sugli eserciti delle due entità. Un Paese nel quale, secondo i dati presentati dall’Onu nei giorni scorsi, il 30% della popolazione vive appena al di sopra della soglia di povertà. Nelle scorse settimane si è votato per il rinnovo delle amministrazioni locali, ma l’affluenza alle urne è stata molto bassa. E intanto l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati fa sapere che dei circa due milioni di profughi e sfollati durante la guerra, oltre un milione ha fatto ritorno alle proprie case. Ne abbiamo parlato con l’arcivescovo di Vrhbosna-Sarajevo, card. VINKO PULJIC. A quasi dieci anni dagli accordi di Dayton com’è la situazione del Paese? “Non si è ancora alla normalità. L’attuale organizzazione dello Stato non funziona ed è un ‘apparato’ che costa troppo. Inoltre non sono stati nemmeno applicati gli allegati all’accordo. A causa dei numerosi livelli di autorità locali e internazionali, manca una chiara ripartizione delle responsabilità. Nello Stato diviso in due entità e con due diversi sistemi legislativi non è possibile la parità dei diritti fra i cittadini”. A che punto è la ricostruzione sociale e politica? “In apparenza sembra che tutto funzioni, ma la realtà è diversa. I rappresentanti internazionali presenti nel Paese umiliano spesso i principi democratici perché sembrano non tenere conto di ciò che nella loro patria costituisce, viceversa, un valore sacro. Invece di costruire la democrazia, danno vita ad una sorta di sistema totalitario. Con grande fatica ci siamo liberati della ‘tutela’ comunista; ora ci troviamo di fronte ad un protettorato i cui responsabili non danno conto a nessuno del proprio operato. Il disaccordo della comunità internazionale sulle soluzioni da proporre non promuove di certo lo sviluppo economico; c’è tanta gente senza lavoro e la gioventù perde la speranza nel futuro e desidera andarsene. È urgente creare nuovi posti di lavoro che diano ai cittadini la possibilità di sostenersi in modo dignitoso. Sulla carta sono garantite a tutti pari opportunità ma nella prassi non è così. Occorre immettere anche nelle strutture sociali e politiche della Bosnia Erzegovina gli standard democratici europei”. Su che cosa si è concentrato e si concentra l’impegno della Chiesa cattolica? “La Chiesa cattolica si è impegnata sul campo per favorire il ritorno in patria dei profughi e degli sfollati. Nei territori in cui le condizioni della vita erano più difficili, i sacerdoti si sono dedicati alla ricostruzione e al sostegno della gente, pur senza avere l’appoggio né dei politici, né della comunità internazionale. Qualche volta, a causa della diffusa insicurezza e della mancanza di protezione, essi hanno incontrato seri problemi con le autorità locali. Ulteriore priorità, quella dell’istruzione. La Chiesa ha aperto scuole cattoliche che ha chiamato ‘Le Scuole per l’Europa’. Un progetto di cui siamo orgogliosi, pure tra le tante difficoltà incontrate”. Recentemente Lei ha chiesto di “non dimenticare i cattolici del Paese”… “Sì. I massmedia dimenticano la Bosnia Erzegovina, se non quando scrivono qualcosa di negativo. Se cade l’attenzione ci abbandonano anche i potenti del mondo. Per i cattolici è ancora più difficile, perché la loro mancata parità di diritti fa sì che non siano inseriti allo stesso modo nel programma di ricostruzione e rinnovamento. A livello internazionale, del resto, l’Inghilterra e la Francia favoriscono la Repubblica Serba e desiderano mantenere il nostro Paese diviso; gli americani appoggiano i musulmani, perché desiderano conquistare simpatie in Oriente. Politiche di cui siamo noi cattolici, in maggioranza croati, a pagare il prezzo. Durante la recente riunione delle Commissioni europee ‘Giustizia e pace’ (25-28 settembre 2004, ndr) è inoltre emerso che il ‘mostro’ nato a Dayton non può rimanere in vigore così com’è. Bisogna avere l’onestà di rivedere questo trattato per correggere l’ingiustizia che è divenuta legge, cioè il diritto del più forte, e porre fine alle ferite inferte al popolo croato”. Scheda I cattolici, 461mila, rappresentano l’11,3% della popolazione. 3 le circoscrizioni ecclesiastiche, 282 le parrocchie. I vescovi sono 4, i sacerdoti diocesani 237 e 346 i religiosi. La Chiesa cattolica gestisce 8 scuole materne (2016 alunni), 5 scuole medie inferiori e secondarie (1520 studenti), una casa per anziani, invalidi e disabili, un orfanotrofio e 5 centri di rieducazione sociale.