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Non si chiedono privilegi” “” “

In questi ultimi giorni, pensando all’Europa, mi sono ripetuto spesso: “finalmente cominciamo ad aprire gli occhi…!” Per chi sognava un’Europa dei valori, del benessere, della tolleranza e pluralismo è un ri-svegliarsi dopo un bel sogno nella fredda realtà, osservando che si chiede tolleranza solo per ciò che è difficilmente tollerabile, che tra i valori più intoccabili c’é la libertà di fare tutto e, soprattutto, di decidere sulla vita e morte… Professare apertamente i valori della maggioranza degli europei sembra sia diventato una colpa o una debolezza tollerata solo se confinata nel ristretto spazio del proprio privato. È sorprendente vedere che, in tale situazione, sono proprio i nuovi membri dell’Unione europea ad essere i più esperti. In particolare Repubblica Ceca, Slovenia, Slovacchia, Polonia, Ungheria e i tre Paesi baltici, hanno superato tutti decenni di aperta e nascosta lotta contro la fede, di marginalizzazione, di persecuzione, di lavaggi della storia e dei cervelli. “I fedeli avranno tanta libertà, quanta ne strapperanno lottando” si diceva nella nascente Cecoslovacchia del 1918. Dai greci abbiamo, infatti, preso piuttosto il termine di democrazia, meno il concetto di guida dei migliori, scelti liberamente. Bisogna fare i conti anche con i limiti della attuale democrazia europea: se si costruisce su un erroneo concetto dell’uomo e della società, non bisognerà essere profeti per prevedere delle difficoltà.L’attuale situazione europea ricorda gli anni 1947-50 quando in alcuni Paesi del centro e dell’Europa dell’Est, si verificava una lotta quasi-democratica per instaurare dei nuovi governi. Anche i cristiani  dovevano attivamente partecipare per salvare il salvabile senza rimanere delusi se perdevano posizioni. Per fortuna la vitalità della Chiesa non dipende principalmente dal funzionamento delle strutture e del loro riconoscimento e sostegno da parte delle autorità civili. La teoria di Lenin, che la forza della Chiesa sta nelle strutture perfette e che basta distruggere queste per eliminarla, non si é verificata ed infatti gli atei militanti, sotto i regimi totalitari, puntavano ad allontanare i fedeli dalla vita sacramentale. E sembra che sia proprio questa la priorità pastorale della Chiesa oggi in Europa.Hanno ragione coloro che dicono che i cristiani “dovrebbero avere paura non di un forte islam ma del loro cristianesimo debole”. Le difficoltà servono alla purificazione e ri-vitalizzazione. Occorre avere l’umiltà di accettare anche le ingiustizie come segni dei tempi per fronteggiarle e al tempo stesso servirsene per il rinnovamento. Anche nei Paesi comunisti c’era chi si ribellava continuamente, bestemmiando il regime, ma c’erano degli altri che l’hanno “accolto” come un invito a dare un contributo positivo per il cambiamento. Questo “realismo soprannaturale” però non significa accettare la vita cristiana segregata nelle sacrestie e nelle abitazioni private. Consiste anche nel servire la società intera sanando l’errore antropologico che non valorizza la dimensione trascendentale e spirituale dell’uomo nelle strutture della vita sociale e pubblica. Richiamarsi al diritto di formare le strutture sociali secondo convinzioni interiori non significa chiedere privilegi ma aiutare l’uomo ad essere se stesso. E ancora un incoraggiamento: i cristiani non devono bussare alle porte di Bruxelles o Strasburgo per entrare nella vita della società europea. I cristiani ci sono già dentro, sono presenti, bisogna, però, che testimonino radicalmente il loro cristianesimo. L’Europa rimarrà cristiana nella misura in cui i cristiani europei saranno veri testimoni del Vangelo.