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Una dichiarazione sull’apertura dei negoziati con la Turchia, il giudizio preoccupato sull’Agenda di Lisbona, lo sguardo rivolto al futuro dell’Unione con l’impegno rinnovato “a sostenere con decisione il processo di integrazione continentale”. Era fitta di argomenti l’agenda della sessione plenaria della Comece, la Commissione degli episcopati della Comunità europea che raccoglie i rappresentanti di 21 Conferenze episcopali dei 25 Stati membri dell’Unione, svoltasi il 18 e 19 novembre a Bruxelles. I vescovi hanno avuto due giornate intense, dedicate alla discussione sulla Strategia di Lisbona (competitività economica, occupazione e coesione sociale) e a un bilancio dell’Esecutivo comunitario guidato da Romano Prodi, per poi rivolgere lo sguardo alla nuova formazione di José Manuel Durao Barroso. Nel corso dei lavori è stata promossa una tavola rotonda su “L’Unione europea e la Turchia”. Mano tesa ad Ankara, pur invocando il rispetto dei diritti. Alla tavola rotonda hanno preso parte il presidente dei vescovi europei, il tedesco mons. Josef Homeyer, il rappresentante permanente della Polonia presso i Venticinque, Marek Grela, e due studiosi: la francese Sylvie Goulard, contraria all’avvio dei negoziati per l’ingresso di Ankara nell’Unione; il tedesco Otmar Oehring, che ha esposto i problemi relativi alla tutela dei diritti umani e della libertà religiosa in Turchia. La decisione sull’avvio dei negoziati per l’adesione della Turchia all’Ue “non è una questione di ordine religioso ma politico”; essa “merita una discussione approfondita all’interno della società civile europea”. L’assemblea della Comece ha approvato una dichiarazione nella quale si afferma: “Per la Chiesa cattolica è importante che la Turchia e l’Unione sviluppino relazioni costruttive e amichevoli. Non ci possono essere ostacoli di natura religiosa a ciò che un Paese a maggioranza musulmana divenga membro dell’Unione”. A tale scopo è però “necessario che la Turchia rispetti i diritti fondamentali, per esempio l’uguaglianza di status delle donne, la libertà di espressione e la libertà religiosa”. Riscoprire la “memoria comune” del continente. L’assemblea si è quindi occupata della revisione del documento “Apriamo i nostri cuori”, riguardante l’impegno dei cattolici per la costruzione di una Ue fondata su valori riconoscibili e su “un vero spirito europeo”. La prima stesura del testo risale allo scorso anno: “Abbiamo raccolto ora molti contributi e suggerimenti e abbiamo adeguato alcune parti tenendo conto dell’ampliamento ai 10 nuovi aderenti ha spiegato il francese mons. Hippolyte Simon -. È importante trovare una memoria condivisa, su cui fondare i destini comuni e riscoprire il perdono reciproco e la riconciliazione per superare le ferite che segnano la storia del continente”. La versione finale del documento dovrebbe essere approvata durante la sessione Comece di marzo. Il ruolo dei cattolici nei 10 nuovi Stati membri. Mons. Antòn Stres (Slovenia), cui era stato affidato il compito di riepilogare la situazione delle Conferenze episcopali nei Dieci, ha osservato: “La maggior parte di questi Paesi ha un passato comunista. La vita di fede è stata duramente segnata dalla storia recente, ma oggi la presenza cristiana è rilevante. In molti casi il contributo dei cattolici è stato essenziale per far intraprendere la strada di avvicinamento all’Unione” e per completare il percorso che “noi preferiamo definire di riunificazione del continente”. Stres ha quindi confermato “l’impegno dei credenti per far crescere un’Europa di pace e dei diritti, in cui la dimensione etica e religiosa abbia anche una valenza civile e sociale”. L’olandese mons. Adrianus van Luyn ha seguito invece gli aspetti politici dell’integrazione e i rapporti con la Turchia e gli Stati Uniti. “L’Ue di oggi ha commentato vive una situazione multiculturale. Per tale motivo occorre puntare a una vera integrazione fra le ‘diversità’ che caratterizzano l’Europa dei nostri giorni, con un dialogo responsabile”. Il “principio di tolleranza”, anche in campo religioso, costituirà un antidoto “a qualsiasi forma di violenza e di ingiustizia”.