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Sulla via della ricostruzione ” “sociale e civile” “
I riflettori sono puntati altrove, sull’Iraq, sulla Terra Santa o la Costa d’Avorio. Non potrebbe essere diversamente. Ma in questo modo ci si dimentica di tante altre realtà nel mondo che vivono gravi problemi come la lotta alla povertà, la ricostruzione post-bellica, l’auspicata riconciliazione dopo anni di violenze. È il caso dell’Albania (7 diocesi, 123 parrocchie per 495mila fedeli) dove, pur tra mille difficoltà, la realtà civile ed ecclesiale appare incamminarsi nella giusta direzione. Gianni Borsa, inviato del Sir, ne ha parlato con mons. ANGELO MASSAFRA , arcivescovo di Scutari. Com’è la situazione in Albania? Quali le speranze dei cittadini? “Oggi si vive in condizioni relativamente tranquille. Non ci sono più violenze e la democrazia, pur giovane, sembra rafforzarsi e incontrare il sostegno popolare. Certo, il primo problema è la povertà: in un Paese con tre milioni di abitanti, la metà dei quali sotto i 25 anni d’età, la disoccupazione raggiunge livelli spaventosi. Non c’è lavoro e per questo i nostri ragazzi, le famiglie, sognano di poter emigrare, di raggiungere altre nazioni europee dove costruire una vita dignitosa. Io credo che dovremmo considerare terminata l’emergenza, passando dagli aiuti umanitari alla cooperazione per un vero sviluppo economico e sociale”. Di cosa ha bisogno il Paese? “Anzitutto case e fabbriche e scuole: un popolo può guardare avanti con fiducia se i suoi giovani studiano e si preparano a gestire le sfide future. Per questo sono sempre bene accette e valorizzate le iniziative provenienti dall’estero (da altri Stati, da organizzazioni non governative, associazioni di volontariato, diocesi…), mirate alla formazione professionale e alla creazione di una imprenditorialità diffusa. Esperienze di questo tipo sono in corso da tempo, grazie a organismi tedeschi, francesi, italiani. Ma noi speriamo tanto anche nell’Europa”. Vi attendete aiuti concreti da Bruxelles? “Diciamo che guardiamo con fiducia all’Unione europea, il cui percorso di integrazione insegna a tutti pace, collaborazione economica, sviluppo sociale, rispetto dei diritti. Per queste ragioni il nostro sguardo è puntato sull’Unione e ci auguriamo che i rapporti possano intensificarsi, magari in una futura prospettiva di avvicinamento istituzionale. Per l’Albania, come per tutti i Balcani, l’Ue può essere un’ancora di salvezza. Ma anche dalla nostra gente possono venire elementi utili per un’Europa multiculturale, aperta alle diversità, che intende mantenere fede agli ideali dei padri fondatori”. Quale ruolo ricopre la Chiesa cattolica in Albania? Come sono i rapporti con le altre confessioni religiose? “La presenza delle comunità credenti è stata essenziale nel recente passato, dopo tanti anni di comunismo e, infine, di guerra e di lutti. Musulmani, protestanti e cattolici sono generalmente in buoni rapporti e, ciascuno a suo modo, opera per la reciproca comprensione, per il rispetto della vita, per dare un futuro alle donne e agli uomini albanesi. Anche per noi cattolici è così. Nelle sette diocesi ci si è dati da fare per sostenere spiritualmente e moralmente la popolazione nei momenti più difficili; chi è rimasto cattolico durante il regime comunista e la guerra ha spesso pagato un prezzo carissimo, fino al martirio. Oggi la Chiesa sostiene gli sforzi verso la democrazia e la modernizzazione. Vorremmo aiutare tutti a nutrire una speranza, a rifarsi un’esistenza degna di questo nome, senza dover scappare altrove per poter vivere”. Quali attività sono state avviate? “Sono molte le iniziative, soprattutto di tipo educativo e assistenziale. Penso alle scuole, alla formazione degli infermieri e delle maestre, alla cura dei bambini disabili e dei ragazzi vittime di vendette, all’assistenza domiciliare per i malati gravi e agli anziani. Proponiamo anche conferenze pubbliche, cerchiamo di utilizzare i mass media locali per far sentire una parola buona; abbiamo tradotto la Familiaris Consortio per dare una visione positiva della famiglia. Ogni anno diffondiamo, in lingua albanese, il messaggio del Papa per la Giornata della pace. Cerchiamo di fare il possibile, potendo contare su aiuti da oltre confine. Mi accorgo, però, che dobbiamo insistere sulla ricostruzione della speranza, sui valori… Dopo tanta sofferenza, la gente è una tabula rasa. C’è sete di tutto ciò che può aiutare a guardare al domani con serenità”. Giovani e adulti sono disponibili a lavorare in questa direzione? “Io so che spesso gli albanesi sono visti con sospetto in alcune regioni d’Europa, a causa delle emigrazioni clandestine e altro ancora. Eppure chi è rimasto ha voglia di ricominciare a vivere in pace. Il comunismo aveva abituato a non pensare, a non avere iniziativa. Ci si aspettava un lavoro dallo Stato, senza operare per il bene comune. Oggi queste esigenze emergono, anche se a fatica, e aprono orizzonti nuovi”.