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La difficile cittadinanza” “

Sono circa 33 milioni i migranti ” “in Europa, il 6,4% della popolazione” “

“L’immigrazione ha ridotto molte conseguenze dell’invecchiamento della popolazione e della necessità di manodopera in Europa, ma non è l’unica soluzione alla sostenibilità dei programmi previdenziali”: è una delle affermazioni contenute nel rapporto delle Nazioni Unite sul tema delle migrazioni internazionali, realizzato dal Dipartimento Onu degli affari economici e sociali e presentato a Bruxelles il 29 novembre. Il documento analizza l’attuale andamento mondiale delle migrazioni, con particolare riferimento all’Europa occidentale, che dal 1995 ad oggi ha visto crescere di 5 milioni il numero di immigrati. Se nel mondo sono in totale 175 milioni i migranti (uno ogni 35 persone), in Europa sono invece 32,8 milioni, con un tasso annuale di crescita (nel decennio 1990-2000) del 2,2%. La percentuale di immigrati rispetto alla popolazione europea è cresciuta dal 3,3% nel 1960 al 6,4% nel 2000. Il 23% dei governi europei pone restrizioni. Il rapporto Onu evidenzia i vantaggi che vengono dall’immigrazione ma anche le “ansie” che porta con se rispetto ai temi dell’occupazione, con il rischio di “diluire o fratturare le identità culturali e i valori”. Questi conflitti si riflettono in un “crescente dualismo nelle politiche migratorie nazionali in Europa”. Se nel 1976 l’83% dei governi europei dichiarava soddisfacenti i livelli migratori (mentre il 17% li riteneva troppo alti), nel 2003 solo il 67% ha mantenuto le politiche neutrali rispetto al fenomeno migratorio, con il 9% che incoraggia flussi più sostenuti e il 23% che invece ha messo in atto delle restrizioni. “Le dinamiche delle relazioni sociali tra i migranti, i Paesi di provenienza e le società che accolgono – osserva il rapporto delle Nazioni Unite – sono complesse ma la sfida per i Paesi di accoglienza è quella di integrarli nelle società locali”. Recentemente, però, fa notare l’Onu, “c’è stato una sorta di disincanto rispetto ai principi multiculturali in alcuni Paesi di accoglienza, con un incremento del dibattito sulle modalità per rendere i migranti il più possibile conformi alle norme nazionali”. In aggiunta alla conoscenza della lingua locale e della cultura civica tra gli immigrati, suggerisce il rapporto Onu, è però anche necessaria “un aumento dell’azione per promuovere il rispetto della diversità culturale, religiosa ed etica in molti Paesi”. In 40 anni raddoppiati i migranti in Europa. Nel periodo tra il 1960 al 2000 il numero dei migranti internazionali in Europa (esclusa la ex-Unione sovietica) è cresciuto da 14 a 33 milioni. La popolazione della Germania sarebbe diminuita inesorabilmente dal 1970 in poi se non ci fossero stati in quel periodo gli immigrati, e nel decennio ’90 l’immigrazione ha contribuito almeno ai ¾ della crescita della popolazione in Austria, Danimarca, Grecia, Italia, Lussemburgo, Spagna e Svizzera. Il numero degli stranieri residenti in Finlandia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna è raddoppiato negli anni ’90. Ma i flussi più significativi nella decade ’50-’60 sono stati interni all’Europa: gli italiani costituiscono il 7% del totale degli stranieri residenti in Europa, i portoghesi il 4,9% e i cittadini della ex Yugoslavia il 6,2%. Percentuali che non sono troppo lontane dal 12,4% dalla Turchia, 5,3% del Marocco e 2,2% dall’Algeria. “Molti governi – rileva il rapporto Onu – in Europa e altrove, storicamente non si sono mai percepiti come Paesi di accoglienza. I non cittadini sono generalmente scoraggiati dal cercare una residenza permanente e una eventuale cittadinanza. Ma la Germania, l’Irlanda e la Lettonia hanno recentemente varato leggi di cittadinanza per facilitare la naturalizzazione, rafforzare il senso di appartenenza e di partecipazione politica”. I benefici di una migrazione ordinata. “Una migrazione ordinata e controllata reca benefici ai Paesi di origine e ai Paesi di accoglienza”: è una delle principali conclusioni del rapporto delle Nazioni Unite, che elenca, ad esempio, le ripercussioni nei Paesi di provenienza. Tra gli effetti positivi, “il flusso di rimesse, le opportunità lavorative non disponibili nel Paese, il ritorno di lavoratori con competenze che incrementa il capitale umano locale”. Tra quelli negativi, “la perdita di lavoratori molto preparati e di entrate fiscali derivanti dalla tassazione dei lavoratori”. Il rapporto suggerisce anche le politiche che dovrebbero adottare i Paesi di accoglienza, come favorire i flussi a tempo determinato, gli accordi bilaterali e regionali, la cooperazione allo sviluppo nei Paesi di provenienza.