famiglia, lavoro e società" "

Vincoli da superare ” “

Ancora difficile in Europa la partecipazione delle donne alla vita pubblica ” “” “

Solo in Svezia, Danimarca e Finlandia le donne appaiono protagoniste dei cambiamenti e promotrici della trasformazioni sociali. Nel resto dell’Europa, pur con significative differenze tra uno Stato e l’altro, esse non godono ancora delle stesse opportunità di crescita personale, sociale e professionale degli uomini. Un significativo insegnamento viene, tuttavia, dai nuovi dieci Paesi Ue. È la conclusione cui giunge RENATA LIVRAGHI, docente di economia presso l’Università di Parma (Italia) e autrice del dossier su “Le donne in Europa – Differenze e opportunità” contenuto nell’ultimo numero del mensile italiano “Famiglia oggi “al quale collabora il Centro internazionale studi famiglia (Cisf). “Costruire una società basata prevalentemente sulla conoscenza e sulla coesione sociale” così come indicato dal Consiglio europeo di Lisbona (marzo 2000, ndr.), “implica il superamento dei vincoli che escludono molte donne dai mercati del lavoro e dalle posizioni decisionali” afferma l’economista. GLI INDICATORI. Reddito pro capite e indice di sviluppo umano sono gli indicatori analizzati. “Il primo – spiega l’economista – misura la quantità di beni e servizi di cui ciascun individuo potrebbe disporre, nei casi in cui il reddito prodotto fosse distribuito equamente”; il secondo “integra tali informazioni misurando i risultati conseguiti in un Paese nell’ambito delle tre dimensioni fondamentali” della cosiddetta “teoria delle capacità: longevità, conoscenza, reddito” ed è dato dalla loro media. Ad essi vanno ad aggiungersi “l’indice di sviluppo di genere” che riflette “le disuguaglianze tra uomini e donne nelle tre citate dimensioni dello sviluppo umano”, e “la misura dell’ empowerment di genere” che evidenzia le opportunità della popolazione femminile nella partecipazione attiva alla società, all’economia e alla politica. I QUINDICI… In Europa la posizione delle donne è, in sintesi, uguale a quella degli uomini in Svezia (terzo Paese al mondo per indice di sviluppo umano), Francia (al diciassettesimo posto nella classifica mondiale), Italia (al ventunesimo posto) Portogallo e Grecia; peggiore nei Paesi Bassi (che pure sono il quinto Paese al mondo per indice di sviluppo umano), Belgio (sesto nella classifica mondiale), Irlanda, Lussemburgo e Spagna. Un quadro che rivela come “alcuni Paesi europei abbiano favorito un processo di sviluppo economico ‘equo’ che non accentuasse le differenze tra uomini e donne, mentre altri non hanno dato particolare importanza all’uguaglianza delle opportunità tra individui di genere diverso”. … E I NUOVI DIECI. Discorso a parte per i nuovi dieci Stati membri, il cui indice di sviluppo umano appare inferiore rispetto alla media Ue: dal ventisettesimo posto della Slovenia nella classifica mondiale al cinquantesimo della Lettonia. Dati che tuttavia dimostrano, osserva l’economista, come al contrario di Lussemburgo, Irlanda, Austria, Danimarca, Germania e Italia, “dove la crescita economica è stata perseguita in maniera distinta dal processo di sviluppo economico”, in questi Paesi “il reddito prodotto, se pure scarso, è stato impiegato per migliorare la qualità della vita delle persone”; un modello di sviluppo “molto significativo perché dimostra come per investire sulle persone non sia necessario disporre di grandi risorse” e che, oltretutto, “non ha penalizzato la condizione di vita delle donne”. In Slovenia, Slovacchia, Polonia, Repubblica ceca, Estonia e Lettonia, la partecipazione femminile alla vita sociale, politica ed economica, addirittura “precede quella delle donne italiane”. QUALI MODELLI DI SVILUPPO? Mentre le europee godono, in media, di una maggiore aspettativa di vita e di un livello di istruzione superiore agli uomini, un’ulteriore loro “penalizzazione” viene ravvisata dall’economista “nelle differenze del reddito percepito”. Guadagnano di più le cittadine del Lussemburgo (29.569 dollari) contro i 10.833 delle donne della Grecia, ma ciò che conta sono i “differenziali di reddito” che raggiungono il massimo livello ancora nel Lussemburgo, dove gli uomini percepiscono 49.154 dollari in più rispetto alle donne, ma sono rilevanti anche in Irlanda e Italia. “Simili” i valori degli stipendi in Finlandia e Svezia. “Le donne in Europa – conclude l’economista – hanno una minore ‘capacità’ rispetto agli uomini” e ciò è da attribuirsi “ad una persistente divisione dei ruoli dei sessi in famiglia e nella collettività: uomini dediti prevalentemente ad attività produttive di mercato, donne ad attività familiari e di cura”, in particolare in Irlanda, Lussemburgo, Spagna, Italia e Grecia dove il tasso di occupazione femminile è inferiore al 40%. Significative percentuali di partecipazione attiva alla vita della società si riscontrano solo in Svezia, dove il 45,3 % dei deputati, il 30% degli alti funzionari e dirigenti e il 49% dei liberi professionisti è donna, così come in Danimarca e in Finlandia. Di qui, per l’economista, l’urgenza di promuovere nuovi modelli di sviluppo e partecipazione in grado di “valorizzare l’impegno femminile nei mercati del lavoro e di conciliare il lavoro di cura con quello per il mercato”.