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Per procedere insieme” “

La politica dei piccoli passi,” ” secondo Thomas Jansen” “” “

“L’Europa ha camminato così, verso l’integrazione, per oltre cinquant’anni, fra successi, mete raggiunte e nuovi problemi. Questa ‘politica dei piccoli passi’ ha portato a grandi risultati. Forse non c’è un altro modo per procedere insieme”. Thomas Jansen , tedesco, una carriera all’interno delle istituzioni comunitarie, è stato fino al mese scorso capo di Gabinetto del presidente del Comitato economico e sociale. Portavoce per gli affari europei del Comitato centrale dei cattolici tedeschi (Zdk), spiega a Gianni Borsa, inviato del SIR a Bruxelles, la sua posizione sui fatti più recenti e sulle prossime mete che attendono i Venticinque. L’Unione europea ha una Costituzione, che attende di essere ratificata e di entrare in vigore. Si tratta di un vero passo avanti verso l’integrazione? “Per i suoi contenuti e per la valenza simbolica che essa riveste, la Costituzione è un punto importante per la storia comunitaria. Si tratta però di un Trattato che deve ancora essere ratificato e poi effettivamente applicato. Credo emergeranno ostacoli, di fronte ai quali occorrerà inventare qualcosa di nuovo, come nel caso della mancata ratifica da parte di uno o più Stati membri. Bisognerà pensare a un ‘secondo tentativo’ di ratifica, magari spostato più avanti nel tempo… Certo non si può bloccare il cammino dell’Unione”. Quali sono i punti forti e i limiti del testo costituzionale? “È anzitutto un documento di sintesi, più chiaro e leggibile rispetto ai numerosi Trattati che sostituisce. Pensiamo solo alla prima parte, dove vengono esplicitati i valori fondativi della comunità. C’è poi tutto il capitolo della democrazia partecipativa, che tende ad avvicinare i cittadini alle istituzioni. In questo senso la Costituzione fa proprio il metodo del dialogo civile, dà più poteri al Parlamento, inserisce il diritto di petizione, dà spazio alla società e avvia un dialogo strutturato con le comunità religiose. Nel complesso vedo maggior trasparenza nel funzionamento della ‘macchina comunitaria’. Inoltre è positivo il metodo stesso utilizzato per giungere alla Costituzione, cioè il lavoro della Convenzione, perché ha creato l’opportunità di un dibattito più ampio su questi temi. Non mancano vari limiti: non è prevista, ad esempio, una clausola di revisione del testo per migliorarlo, per aggiornarlo alle nuove esigenze che dovessero emergere all’interno dell’Ue, se non passando per una ulteriore Conferenza intergovernativa”. Del voto all’unanimità in diversi settori comunitari cosa pensa? “Mi pare che il voto a maggioranza abbia fatto progressi, essendo stato esteso ad altre materie. Certo, il diritto di veto su temi di primissima importanza, come la politica estera, risulta un freno per l’integrazione dei Venticinque. Su questa strada sarà impossibile giungere a costruire una politica estera significativa da parte dell’Unione. Io non considererei questo testo definitivo, occorrerà emendarlo, arricchirlo”. Sotto il profilo economico-sociale la Costituzione tutela i diritti dei cittadini? “Un Trattato costituzionale è un ‘contenitore’, più che un ‘contenuto’. Tratta di regole e di procedure, che poi permetteranno di svolgere delle politiche, comprese quelle in materia economica e sociale. Su questo versante il testo sottoposto a ratifica in realtà accoglie l’ aquis communautaire, il patrimonio di leggi e di pratiche sedimentate in tanti anni di vita della Cee e dell’Ue. Le politiche vengono trattate nella parte III che, infatti, non presenta particolari novità. Come osservazione generale direi però che l’Unione sta procedendo sempre più verso i cittadini, cercando di affrontare e risolvere i loro problemi quotidiani, riguardanti appunto il lavoro, la tutela dei diritti delle persone e le loro esigenze concrete”. Come sta procedendo il cammino per l’inclusione dei dieci nuovi Stati aderenti, entrati a far parte dell’Ue il 1° maggio 2004? “Lo sforzo di inclusione dei Dieci non è iniziato il 1° maggio, ma una decina di anni or sono, o forse più, dopo la caduta del muro di Berlino. L’Ue aveva creato progetti e fondi per sostenere queste nazioni, per consolidare la democrazia e svilupparsi sul piano economico e sociale. Ora è il momento di approfondire questo impegno. E il fatto che alcuni Paesi, discutendo delle prospettive finanziarie 2007-2013, hanno dichiarato di non voler aggiungere altre risorse per le casse comunitarie, utili all’inclusione, è un errore. Quando i progetti crescono e aumentano le responsabilità e le ambizioni comuni, bisogna convincersi che bisogna anche spendere di più”.