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Giovanni Paolo II richiama il ruolo dell’Europa per la pace” “” “
Giunta a un punto di svolta della propria storia, quando cioè può imboccare la strada di una reale integrazione dei popoli e degli Stati, oppure procedere fra malintese prudenze che non portano lontano, l’Europa comunitaria viene profeticamente richiamata alla sua prima e vera vocazione: essere “operatore di pace”, entro i suoi confini e sullo scacchiere mondiale. Le parole pronunciate lunedì 10 gennaio dal Papa davanti al Corpo diplomatico presso la Santa Sede, sono esplicite: “Come esempio, certo privilegiato, di pace possibile può ben essere portata l’Europa: nazioni un tempo fieramente avversarie e opposte in guerre micidiali si ritrovano oggi insieme nell’Unione europea, che durante l’anno trascorso si è proposta di consolidarsi ulteriormente con il Trattato costituzionale di Roma, mentre resta aperta ad accogliere altri Stati, disposti ad accettare le esigenze che la loro adesione comporta”. Una pace che lo si legge tra le righe richiede la costruzione di una democrazia matura (il riferimento alla Costituzione) e di una “casa comune” aperta a nuovi membri che condividano i grandi valori e gli obiettivi comunitari (è facile leggervi un riferimento alla Turchia).Giovanni Paolo II ha così voluto ricordare che il faticoso avvio del processo verso l’unità del continente, cullato per secoli da intellettuali e politici illuminati e concretamente inaugurato con la Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950 (che porterà al varo della Comunità europea del carbone e dell’acciaio), aveva quale scopo primario la costruzione della pace all’indomani dell’ennesima sciagura bellica. Operativamente, l’inizio del percorso intrapreso dai primi sei Stati che aderirono al progetto fu di tipo economico, ma era a tutti ben chiaro che l’interesse superiore da perseguire era la stabilità politica d’Europa – la quale passa anzitutto attraverso relazioni internazionali pacifiche -, che avrebbe consentito nel dopoguerra l’affermarsi di sistemi democratici consolidati, la ricostruzione materiale, la realizzazione di un maggior benessere e della giustizia sociale. Un grande disegno, non a caso ideato e guidato da tre illustri statisti come il francese Robert Schuman, il tedesco Konrad Adenauer e l’italiano Alcide De Gasperi, cattolici e “uomini di frontiera”, che avevano sperimentato sulla propria pelle gli orrori delle divisioni, degli odi e della guerra. Le parole utilizzate da Schuman nella sua famosa Dichiarazione era inequivocabili: “La pace mondiale non potrà essere salvaguardata senza sforzi creatori che siano all’altezza dei pericoli che la minacciano. Il contributo che un’Europa organizzata e viva può apportare alla civiltà è indispensabile al mantenimento delle relazioni pacifiche”.È a questa Europa dei “padri fondatori” che occorre ancora oggi fare riferimento, nel momento in cui le sfide che si pongono dinanzi ai Venticinque si rivelano ardue e delicate: si pensi all’iter di ratifica della Costituzione; ai negoziati per le nuove adesioni, fra cui quella di Ankara; alla concretizzazione dell’allargamento a Est, mediante politiche inclusive verso i nuovi aderenti; alla necessità di dare un'”anima” all’Unione mediante la valorizzazione di culture, tradizioni e religioni differenti, e “corpo” alla “cittadinanza europea”, sancita dalla nuova Costituzione, superando il deficit democratico, così da rendere le donne e gli uomini europei “attori” del processo d’integrazione.