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Se fossi europeo… ” “

Incontro con l’economista Usa Jeremy Rifkin ” “” “

Più europeista degli europei. Convinto che l’Unione dei Venticinque sia “il maggiore grande esperimento politico in corso oggi, con implicazioni etiche di estremo rilievo”. Jeremy Rifkin è un acceso “tifoso” del processo di integrazione, tanto da accettare l’invito del presidente del Parlamento di Strasburgo a presenziare al voto col quale l’Assemblea ha detto “sì” alla Costituzione firmata il 29 ottobre, ora in fase di ratifica. Un “testimonial” per la Costituzione Ue. Rifkin è quasi un “testimonial” della “casa comune” che, a suo dire, “può dimostrarsi all’altezza delle sfide di questa epoca. Certo – chiarisce – l’Ue è un esperimento non esente da problemi e ritardi, ma è anche in grado di suscitare speranze in altre regioni del pianeta, che guardano al vecchio continente con spirito di emulazione”. Autore del volume “Il sogno europeo”, tradotto in moltissimi paesi, Rifkin è presidente della Foundation on Economic Trends di Washington e insegna alla Wharton School of Finance and Commerce che ha sede nella capitale statunitense. Personalità eclettica, tra i primi ad affrontare i temi della globalizzazione economica e politica, si intrattiene volentieri nella sede strasburghese dell’Europarlamento, per confrontare le proprie tesi con docenti, deputati, giornalisti. “Sono davvero convinto – spiega al Sir – delle mie tesi e sul fatto che il ‘sogno europeo’ sia oggi più credibile del vecchio sogno americano”. “L’Unione europea è un nuovo orizzonte”. “In qualche caso bisogna essere lontani per capire meglio il senso degli avvenimenti. Per questo affermo che, a mio avviso, la Costituzione dell’Ue è la cosa più interessante che mi è capitato di conoscere in campo politico”. Non manca nel professore americano il gusto di stupire: “Certo, l’Unione è una strana bestia, che nessuno conosce perfettamente. È un oggetto in divenire, ma è anche un esperimento di integrazione che non nasce dalla coercizione. È una libera azione di popoli e di Stati. Aggiungo che all’interno della Costituzione che è stata approvata, la Carta dei diritti fondamentali”, che costituisce la Parte II del testo, “assume un valore straordinario”. Attorno alla Magna Charta “nasce – per Jeremy Rifkin – un nuovo sogno, profondamente diverso da quello degli Stati Uniti. Da noi si pensa che ciascun soggetto possa avere successo, impegnandosi, dandosi da fare. Ma è chiaramente un sogno individuale. Invece nell’Unione europea sta prendendo forma un speranza comunitaria, un percorso che si compie assieme e che ha quale traguardo la democrazia, il benessere, la giustizia sociale, la cooperazione internazionale”. L’interlocutore non trascura di segnalare gli errori passati e presenti compiuti a Bruxelles: “Non so nemmeno dire se questa avventura andrà effettivamente a buon fine. Ma è già un successo che un simile esperimento sia stato avviato. Qui stiamo ribaltando le prospettive per le generazioni future, che dovranno guardare sempre meno agli Usa e sempre di più all’Europa, che cresce attorno al valore assoluto della pace”. Aprire le porte verso la Turchia. Un’Europa tutta “rose e fiori”? Eppure ci sono molti ostacoli sul cammino: gli egoismi nazionali, il “sospetto” nei confronti di istituzioni che appaiono lontane dai cittadini, la diffidenza verso i “nuovi arrivati” e, più ancora, verso la Turchia… “Da americano condivido l’idea per cui è meglio che la Turchia faccia parte dell’Unione. Ci sono buoni motivi di geopolitica e ragioni militari. Sarebbe inoltre una garanzia di dialogo tra Occidente e mondo islamico. Ma io credo soprattutto che la storia della Turchia sia più vicina di quanto si creda a quella dell’Europa: gli Ottomani sono arrivati fino alle porte di Vienna, i Mori hanno influenzato la cultura iberica. Aprendo le porte alla Turchia, l’Ue per la prima volta scardinerebbe le appartenenze geografiche, supererebbe barriere e confini politici, per mettere assieme ciò che ha radici storiche comuni. Ad Ankara, ovviamente, si dovrebbe richiedere la piena adesione ai valori e al progetto europeo”. Questa Unione “è, insomma, una piazza pubblica, un microcosmo mondiale, dove si confrontano e convivono tante diversità, razze, idee, culture e religioni”. Seguire le orme di Robert Schuman. Cosa risponde alle critiche che definiscono l’Ue un “super-Stato”? Lo studioso attende un attimo, riflette, poi riprende il ragionamento: “Rido quando qualcuno sostiene queste posizioni. Bruxelles non è la capitale di un super-Stato. Qui non c’è una istituzione che predomina, una cultura vincente. Qui si tenta la fusione delle differenze, il reciproco arricchimento. Dirò di più: non mi stupisce nemmeno il fatto che l’Ue non abbia un’unica voce e una sola faccia sulla scena internazionale. Ciò costituisce talvolta un problema, inutile negarlo. Ma al contempo dimostra che non c’è una volontà egemone”. L’autore de “Il sogno europeo” non trascura un riferimento ai “padri fondatori”: “Da mezzo secolo l’Europa sta cercando una via di mezzo, percorribile, tra il confederalismo e il federalismo. L’intuizione di Robert Schuman e il suo metodo funzionalista, quello delle conquiste parziali e della progressiva costruzione dell’unità europea, sono apparsi lungimiranti e concreti. Se fossi europeo, proseguirei su questa strada”.