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La Commissione Barroso e l’Agenda di Lisbona ” “” “
Per raggiungere Lisbona, l’Unione cambia rotta. La Commissione ha presentato mercoledì 2 febbraio una revisione di metà percorso dell’Agenda approvata nel 2000 nella capitale portoghese, che intendeva realizzare in dieci anni “l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di perseguire una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale”. Obiettivi e metodi decisi allora dai capi di Stato e di governo dei Quindici vengono ora ridimensionati, per seguire “una strategia alla reale portata dell’Ue”. La lezione del passato e i nuovi obiettivi. Il capo dell’esecutivo, José Manuel Durao Barroso, intervenendo davanti al Parlamento europeo a Bruxelles, ha spiegato che la “Strategia di Lisbona ha fallito in passato, ma è destinata a funzionare in futuro perché la nuova agenda rappresenta la diagnosi e i rimedi giusti”. Barroso ha descritto i mancati risultati di questi anni, dovuti a suo avviso – soprattutto al peggioramento del trend economico generale. “Abbiamo tratto molte lezioni dal 2000 a oggi; abbiamo visto molto bene quello che non ha funzionato e adesso sappiamo quali sono gli elementi necessari per fare di Lisbona un successo”. Risulta necessario, secondo il presidente della Commissione, “coinvolgere gli Stati e le parti sociali” e “creare un Mister Lisbona in ogni Paese membro, che segua il processo per ridare competitività e dinamicità all’economia” e per fare da trait d’union fra le venticinque capitali e Bruxelles. Un ambiente favorevole per imprese e competitività. Gli obiettivi proposti da Barroso appaiono più modesti rispetto a quelli sottoscritti cinque anni fa: il nuovo programma, già ribattezzato “Lisbona 2”, nasce infatti in un clima di stagnazione economica. Il documento, intitolato “Lavorare insieme per la crescita e il lavoro”, sembra muoversi in tre direzioni principali: creazione di un ambiente favorevole al mercato e allo sviluppo delle imprese; sostegno alla ricerca; flessibilità del lavoro. Occorre in primo luogo, secondo Barroso, “fare dell’Europa un posto più attraente per investire e lavorare”, e quindi “assicurare mercati aperti e competitivi dentro e fuori l’Europa”, nonché “migliorare le norme europee e nazionali per ridurre i costi amministrativi”. Inoltre è più che mai importante “sviluppare le infrastrutture”, sia nei vecchi che nei nuovi paesi membri dell’Ue. In secondo luogo “bisogna puntare su conoscenza e innovazione al servizio della crescita”. L’obiettivo del 3% del Pil investito in ricerca e sviluppo appare prioritario, così come non è più rinviabile “l’integrazione delle tecnologie di informazione e comunicazione e lo sviluppo di poli d’innovazione”. La Commissione vuole “promuovere iniziative a risparmio di energia e basse emissioni e contribuire a una base industriale europea forte attraverso forme di collaborazione fra pubblico e privato”. Tra le ambizioni di Barroso quella di “dar vita a un Istituto europeo per la tecnologia”, che faccia da tramite tra la ricerca e le applicazioni produttive. Per quanto riguarda l’occupazione, “Lisbona 2” suggerisce di “creare migliori e più numerosi posti di lavoro”. È quindi necessario “accrescere la capacità di adeguamento dei lavoratori e delle imprese, la flessibilità dei mercati del lavoro, gli investimenti in capitale umano migliorando l’istruzione”. Lavoro e coesione sociale in secondo piano? Dal documento sottoscritto dalla nuova Commissione, e che sarà discusso durante il Consiglio europeo del 22 e 23 marzo, sparisce di fatto la data del 2010, finora indicata quale punto di arrivo della strategia comunitaria per rilanciare la competitività economica. Inoltre, sembrano emergere con maggiore insistenza i temi legati al mercato e alla creazione di un ambiente favorevole allo sviluppo delle imprese, mentre la coesione sociale, la “qualità del lavoro”, la sostenibilità ambientale appaiono obiettivi collegati. Tra gli scopi principali indicati nel 2000 spiccava, ad esempio, l’innalzamento del tasso medio di occupazione nell’Unione al 70%. Pochi giorni fa un altro documento Ue aveva rilevato che tale percentuale oggi si ferma al 63% e per salire di 7 punti occorrerebbero 22 milioni di posti; ma nella nuova agenda dell’Unione si parla di soli 6 milioni di posti. Passano in seconda fila, inoltre, i temi della formazione permanente, dell’occupazione femminile, l’armonizzazione fiscale almeno in campo occupazionale, gli incentivi alle persone che decidono di lavorare più a lungo e il miglioramento dell’assistenza alle famiglie. Il percorso proposto da Barroso va ora al vaglio delle altre istituzioni comunitarie; le prime reazioni emerse in Parlamento sono state contrastanti. Il vicepresidente della Commissione, Gunther Verheugen, che accompagnava Barroso, ha però affermato che “la nuova agenda è la risposta dell’Ue a sfide che non possiamo più ignorare. L’Europa è presa in una tenaglia ed è stretta tra l’invecchiamento della popolazione e la delocalizzazione. L’unica risposta possibile è essere sempre un poco meglio degli altri, sfruttando più degli altri i cervelli, i mezzi e le capacità dell’Europa”.