rassegna delle idee" "
Il partenariato euro-mediterraneo, progetto ambizioso ma difficile ” “” “
Olivier Morin, giornalista, fa un bilancio e offre alcune piste per il futuro del rapporto Unione europea e Paesi mediterranei. La dichiarazione di Barcellona è il documento fondatore del partenariato euro-mediterraneo (Pem), firmato tra i membri dell’Ue e i dieci partner del Sud e dell’Est del Mediterraneo. Essa mira alla costruzione di una zona di pace, di prosperità e di stabilità condivisa. “L’originalità del Pem”, afferma Olivier Morin, sul numero di febbraio del mensile Études , “sta nella sua filosofia ‘olistica’: è un contratto di natura politica che definisce obiettivi molto diversificati, formanti un insieme coerente, ma molto ampio. È multifunzionale: lì sta la sua ambizione, ma anche, senza dubbio le sue ambiguità organizzative e di messa in opera. UN BILANCIO: “Dieci anni fa nasceva a Barcellona il Pem: con un pò di distanza, si può considerare che questa nascita era fondata su un malinteso”, su attese e interessi divergenti tra i due partner. Da un lato, per l’Unione europea: “assicurare le frontiere meridionali, focolaio di conflitti; evitare la perdita economica della zona sud-orientale del mediterraneo che sarebbe fatale per la sua economica; controllare l’esplosione demografica del Maghreb e del Mashrek che alimenterebbe un immigrazione clandestina; assicurare la promozione dei propri valori politici e morali”. Dall’altro, i partner del Sud hanno scaricato sull’Europa il compito di risolvere i propri problemi interni, “pensando che i fondi europei legati al Pem avrebbero portato una ricchezza sufficiente per avviare riforme strutturali e politiche”. In realtà, riunitisi a La Haye, dieci anni dopo Barcellona, la valutazione dei partner è stata “a mezze tinte”: certamente il Pem “ha permesso progressi significativi in materia di cooperazione, con strumenti sempre più efficaci: Fondazione Anna Lindh per il dialogo tra le culture, Assemblea parlamentare euro-mediterranea, Facilità euro-mediterranea di investimento e partenariato (Femip), Fondi di aiuto europei (Meda)… Ma resta molto da fare per lubrificare gli ingranaggi un po’ complicati dell’organizzazione brussellese”. LE DIFFICOLTÀ. “Tutta la politica europea poggia su un sottile equilibrio tra gli interventi del Consiglio, della Commissione e del Parlamento, ciascun attore impegnato ad accrescere o preservare le proprie prerogative di fronte agli altri due”. Ora i tre pilastri del Pem cadono ciascuno sotto la competenza di uno dei tre attori europei, a cui si aggiungono i rapporti bilaterali esistenti tra alcuni paesi europei e le loro “ex-colonie”; tutto ciò genera “spasmi” diplomatici e burocratici. E infatti “è soprattutto l’organizzazione istituzionale del Pem che è stigmatizzata dai partner del sud che fanno fatica a identificarne la leggibilità”. Accanto a questo nella prima fase del programma, i dispositivi di finanziamento (Meda I) erano talmente appesantiti sul piano burocratico che solo il 28% dei fondi risultò dispensato. Solo con il varo dei Meda II nel 2000 le cose sono migliorate. Dal canto loro, i Paesi del Sud nella prima fase si sono rivelati carenti di “un dialogo sud-sud”, pre-condizione indispensabile per una crescita della regione. PROSPETTIVE DI RILANCIO. Certamente la Nuova politica di vicinato per un’Europa allargata, della commissione europea (marzo 2003) ha posto buone premesse per il rilancio del Pem, aprendo ai Paesi limitrofi nuove possibilità in ambito di libertà di circolazione di persone, merci, servizi e capitali: “essa è la risposta dell’Unione alle inquietudini dei vicini dopo l’allargamento a 25. Per altro, l’allargamento è votato allo scacco se i suoi vicini immediati non beneficiano della sua pace, benessere, sicurezza e stabilità”. L’autore suggerisce inoltre alcune piste d’azione: appoggiarsi maggiormente sul Pem, per avere a possibilità di “porre fine ai conflitti che avvelenano la regione. E l’Unione si imporrebbe finalmente come mediatore determinante”; negoziare “un trattato euro-mediterraneo, con l’obiettivo di creare istituzioni permanenti”; “integrare i propri partner nella presa delle decisioni”; dare “visibilità al processo”, di modo che “i Paesi del sud possano affermare la loro voglia d’Europa e quelli del Nord indicare che l’avvicinamento è una chance per essi, nonostante le paure culturali”; ma soprattutto ritornare allo spirito di Barcellona, che “non era stata una risposta a caldo a una crisi acuta” esplosa poi con l’11 settembre 2001 “ma un tentativo di trattare serenamente dei fattori di crisi a lungo termine”: occorrerà ritrovare perciò “la relazione di fiducia e non di diffidenza”.