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La marcia di avvicinamento dell’unione serbo-montenegrina all’Ue ” “” “
L’unione Serbia e Montenegro nasce il 4 febbraio del 2003 dagli accordi sottoscritti a Belgrado nel marzo 2002 grazie anche alle pressioni dell’Unione europea. In base agli accordi, l’Unione è in prova per tre anni, fino al 2006, dopo di che Serbia e Montenegro decideranno se continuare meno assieme il cammino verso l’integrazione con l’Ue. Su questo punto SirEuropa ha incontrato Darko Tanaskovic , ambasciatore di Serbia-Montenegro presso la Santa Sede. Bulgaria e Romania nel 2007, la Croazia avvierà in primavera i negoziati di adesione all’Ue. Tra i Paesi balcanici nell’Ue manca la Serbia-Montenegro… “Noi ci sentiamo europei. Da quando ha dato l’avvio al suo cammino di integrazione, l’Europa si è convinta che non può respirare senza i suoi due polmoni, l’Occidente e l’Oriente, per usare una frase molto cara a Giovanni Paolo II. Senza l’area balcanica al suo interno, l’Europa non sarà mai completa e unita”. Perché? “Noi serbi-montenegrini ci sentiamo europei per la nostra storia, per posizione geografica e soprattutto la nostra mentalità e cultura. Eventi e fatti storici più o meno recenti le cui conseguenze ancora investono la nostra vita ci hanno, in qualche modo allontanato. Oggi siamo accettati politicamente ed economicamente (la Serbia-Montenegro fa parte del Consiglio d’Europa dal 3 aprile 2003, ndr) ma desideriamo rientrare nella grande famiglia dell’Ue. E questo l’Europa lo sa bene. Ci sono, certo, i precisi criteri di adesione fissati dal Consiglio europeo di Copenaghen, che dobbiamo soddisfare perché questo avvenga. Per la prima volta, dopo tutte le tragedie che recentemente abbiamo vissuto, in parte anche per gli sbagli dei nostri governi e anche per una certa ‘incomprensione’ dell’Europa e del mondo, sento sforzo da parte delle Istituzioni europee di favorire la nostra integrazione”. Quello che attende la Serbia-Montenegro è un cammino lungo. Ma quanto? “Siamo sulla strada di una europeizzazione che avrà una sua durata, ci vorranno ancora degli anni. L’importante è arrivare in fondo per tornare ad essere ciò che siamo. In questi ultimi due o tre anni, in particolare dopo la Conferenza di Tessalonica, in Grecia nel 2003, quando è stato detto che un giorno tutti i Balcani saranno in Europa, noi ci sentiamo sicuri. Vorremmo tempi più brevi ma ci rendiamo conto delle difficoltà politiche. Serbia e Montenegro hanno un credito verso l’Europa”. La difficoltà ad avviare una piena collaborazione con il tribunale internazionale dell’Aja può rappresentare un ostacolo all’adesione all’Ue? “A riguardo sono ottimista. Stiamo cooperando con il tribunale internazionale dell’Aja e speriamo di arrivare ad una soluzione dei problemi entro pochi mesi”. Cosa deve aspettarsi l’Europa dalla Serbia-Montenegro? “Sicurezza e stabilità, innanzitutto, e capacità di dialogo come condizione necessaria per la reciproca conoscenza. Nella nostra cultura il dialogo non è fine a se stesso ma strumento di conoscenza. L’Europa, ed è stato sottolineato da più parti e da molte Chiese, è scristianizzata, aspetta una nuova spinta spirituale dall’Europa dell’Est, che è rimasta più legata ai temi della fede. Questo è un primo contributo. E poi la stabilità di tutta la Regione. Non si può pensare alla sicurezza e alla stabilità europea senza quella dell’area balcanica ed il contributo di un Paese centrale come il nostro”. Scheda In questo momento la Serbia-Montenegro si trova in attesa dello Studio di fattibilità, previsto per fine marzo del 2005, che, se sarà positivo, porterà l’Unione statale alle trattative per la conclusione dell’Accordo di associazione e stabilità. Per poter ottenere lo Studio di fattibilità positivo dell’Unione statale con l’Ue, però, la Serbia e il Montenegro devono collaborare con il Tribunale dell’Aia (Tpi). L’Ue ha posto il termine di fine marzo 2005 al Governo serbo per dimostrare la propria volontà di collaborazione. Ai fini di un avvio di negoziato per l’ingresso nell’Ue il rispetto dei criteri di Copenaghen (1993) resta ineludibile. Questi riguardano: la stabilizzazione politica del Paese; l’ammodernamento dell’apparato produttivo e commerciale; il recepimento del patrimonio istituzionale e legislativo Ue (noto come “acquis communautaire”). In campo politico si invocano istituzioni stabili che “garantiscano la democrazia, la preminenza del diritto, i diritti umani e il rispetto delle minoranze”. Il secondo criterio riguarda l’instaurarsi di un’economia di mercato e della libera concorrenza. Per quanto attiene l'”acquis”, il Paese candidato deve soddisfare le diverse finalità e normative dell’Ue. Il Consiglio di Madrid (dicembre 1995) ha aggiunto la richiesta di adeguamento delle strutture amministrative dei Paesi candidati.