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Perché pochi sacerdoti? Soprattutto dalle famiglie si attende una risposta ” “” “
Un sacerdote ogni settecentocinquanta fedeli nel 2001, uno ogni quattrocentocinquanta nel 1911, il calo di vocazioni nella Chiesa Cattolica di Inghilterra e Galles, a partire dagli inizi del secolo, è innegabile, ma si tratta di un “trend” che ha subito variazioni. “Di solito la crisi delle vocazioni nel Regno Unito viene descritta come un disastro di proporzioni bibliche”, spiega al Sir Paul Embury , sacerdote, direttore dell’Ufficio nazionale per le vocazioni della Chiesa cattolica di Inghilterra e Galles (http://vocation.com), “credo che piuttosto che di un disastro, si tratti di un’opportunità di trovare una soluzione a questo problema in un modo o in un altro”. “Capita spesso che i fedeli in chiesa si lamentino perché non vi è un nuovo sacerdote e tuttavia fanno pochissimo per incoraggiare nuove vocazioni”, continua don Embury, “Come cristiani abbiamo la responsabilità di individuare la nostra vocazione e di coltivarla, far sì che si sviluppi e aiutare altri a trovare la loro”. L’Ufficio nazionale per le vocazioni della Chiesa cattolica di Inghilterra e Galles ha proprio questi due compiti, promuovere vocazioni nella Chiesa e nel Paese e aiutare vocazioni particolari a realizzarsi, come quella al matrimonio, al sacerdozio e alla vita religiosa. “Ogni individuo – continua don Embury – è libero di scegliere la vocazione che sente. La Chiesa è una comunità di chiamati e nello stesso tempo di persone che chiamano”. Perché il calo costante di vocazioni? “Nel resto del mondo le vocazioni sono in aumento ma in Europa occidentale sono in calo, un fatto che provoca domande sul tipo di cultura nella quale viviamo. Dobbiamo chiederci se la nostra scelta di vita è una vocazione o una carriera”. Quale è la differenza? “Occorre guardare alla chiamata di Dio per la nostra vita. Per carriera intendiamo semplicemente un lavoro. Se parliamo di vocazioni parliamo di un modo diverso di guardare alla nostra esistenza, nel fare le nostre scelte di vita cerchiamo di ascoltare l’invito di Dio. Forse oggi ci sono troppe possibilità e opportunità”. Significa che è più difficile capire la propria vocazione? “Più ampia è la gamma di scelte a disposizione più forte è il rumore del mondo attorno a noi e più difficile ascoltare e trovare modi per rispondere alla nostra vocazione. La nostra cultura non incoraggia i giovani a ‘un viaggio’ di vocazione. Occorre promuovere una cultura diversa, una comunità di chiamati che pratichino in parrocchie e scuole e nelle università. Così si cominciano a vedere cambiamenti, nuovi movimenti nella Chiesa e il senso delle vocazioni acquista significato. Credo che i movimenti e le aggregazioni ecclesiali siano vocazionali per natura. Appartenere ad uno di questi significa già coltivare la propria vocazione, si tratta di nuove gemme di vita nella Chiesa. Il concetto di vocazione comprende un impegno lungo che dura una vita, mentre nella cultura di oggi tutto cambia, non c’è nulla di permanente”. Non pensa che la vocazione al sacerdozio venga anche scoraggiata dalle difficili condizioni in cui vivono i sacerdoti? “È un impegno molto stimolante, ho lavorato in prigioni, in scuole, in un centro giovanile residenziale e ho avuto molte soddisfazioni. I ritmi di vita del sacerdote sono molto veloci, è un impegno che dura una vita quello di testimone di Dio”. Sul calo quanto influisce il futuro, da molti definito incerto, della Chiesa? “Se guardiamo alle statistiche si ha questa impressione, ma i numeri non sono il problema. Nel clima prevalente di oggi si fa fatica a impegnarsi per qualcosa. È vero che negli ultimi centocinquanta anni il numero di cattolici, di sacerdoti e di chiese è diminuito ma si tratta sempre di un paragone con il passato. Nel 1850, 1860, 1870 non vi era un numero enorme di sacerdoti. Tra il 1950 e il 1960 il numero di sacerdoti ha raggiunto una punta massima. Si parla di crisi, mancanza di sacerdoti, ma questo riguarda soltanto la situazione degli ultimi trenta e quaranta anni”. Scheda Della crisi di vocazioni si era occupato recentemente il settimanale The Catholic Herald (11/2) con un servizio dal titolo provocatorio: “Perché tuo figlio non diventa prete?”. Nel testo di Mark Minihane si sottolinea che “pena, angoscia e rabbia sono alcune delle emozioni che la gente prova quando la propria chiesa è chiusa”. Eppure, prosegue, “le ragioni di molte madri che non vogliono che i loro figli divengano preti includono il vivere in grandi case da soli, avere basse entrate e non potersi sposare. Bisogna rilevare che non ci sono preti che fanno la fame tra di noi, e inoltre alcune delle persone più sole che io abbia incontrato sono sposate …”. La questione, secondo il commentatore, è che “invece di proteste, marce e sit-in, noi ci dovremmo chiedere come fronteggiare il futuro insieme in quanto credenti in Gesù. Perché non spendere le nostre energie in un modo più positivo?”.