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Il 3 marzo 1980 è stata creata dalla Santa Sede la Commissione degli episcopati della Comunità europea (Com. E.C.E.) composta dai vescovi delegati dagli stessi episcopati. Venticinque anni al servizio del progetto europeo meritano di essere messi in rilievo. Soprattutto nel caso di una risposta positiva e attiva della Chiesa ad un progetto così unico in termini politici, sociali ed etici come quello dell’Unione europea. Coloro che con lungimiranza diedero vita alla Comece (la sigla così viene scritta per facilitarne la lettura – ndr) volevano creare un’interfaccia tra i processi decisionali delle istituzioni europee e la Chiesa, sviluppando l’opinione pubblica europea cristiana e incoraggiando lo studio dei problemi a lungo termine nell’ambito della costruzione europea. La Comece aveva qualcosa d’innovativo, poiché prevedeva un meccanismo sopranazionale tramite il quale le conferenze episcopali nazionali avrebbero collaborato e portato il loro contributo alle istituzioni europee. Si trattava d’altra parte di applicare le aspirazioni della costituzione pastorale del Vaticano II sulla Chiesa nel mondo, Gaudium et Spes, per quel che riguarda l’interazione tra la Chiesa e la comunità politica. All’origine, le organizzazioni ecclesiali europee operavano nell’ambito del modello francese della separazione tra Chiesa e Stato. Si limitavano quindi ad una presenza vicina alla Comunità europea. Ma col passare del tempo, la giovane Comece, così come altre organizzazioni della Chiesa, ha elaborato un metodo di dialogo tra la comunità ecclesiale e la società politica, così come descritto nell’esortazione apostolica Ecclesia in Europa. Con i progressi fatti dal mercato unico, la fine della guerra fredda, e l’approfondimento dell’integrazione politica, la dinamica fondatrice dell’Europa ha reso necessaria un’altra volta l’esplorazione dei rapporti tra mercato e obiettivi politici. La sfida lanciata da Jacques Delors alle Chiese agli inizi degli anni ’90, ossia quando chiese loro di inserirsi nel dibattito sull’elaborazione di un modello europeo di società, ha aperto la via a scambi regolari colle istituzioni dell’Unione. Alla fine, questa cooperazione informale ha portato a passi storici come la Dichiarazione n°11 annessa al Trattato d’Amsterdam e l’articolo 1-52 del Trattato Costituzionale. Gli scambi regolari tra le Chiese e l’Unione europea hanno adesso trovato un fondamento all’interno del Trattato costituzionale. I decenni d’interazione hanno preparato la via ad un partenariato basato su un dialogo aperto, trasparente e regolare, al servizio della democrazia partecipativa. Sappiamo bene che la legittimità e la buona governance sono rafforzate dal dialogo e dal partenariato con tutti gli attori della società. Le Chiese e le tradizioni religiose devono prendere nota del fatto che è divenuto oramai urgente che l’antropologia cristiana partecipi al dibattito sul modello sociale europeo e sull’identità europea. Devono cioè stabilire un partenariato al servizio di tutti gli europei.