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L’ultimo numero del mensile "Europe Infos"” “
Venticinque anni fa, il 3 marzo 1980, la Santa Sede ha creato la Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece), composta da vescovi delegati dagli stessi episcopati. “Venticinque anni al servizio del progetto europeo che meritano di essere posti in rilievo”; in particolare oggi che “gli scambi regolari tra le Chiese e l’Unione europea hanno trovato un fondamento all’interno del Trattato costituzionale”. Così il segretario generale Comece, Noël Treanor , nell’editoriale del numero di marzo di “Europe infos”, mensile della Comece e dell’Ufficio cattolico di informazione e iniziativa per l’Europa (Ocipe). Numero dedicato, in particolare, allo stato del processo di ratifica del Trattato costituzionale europeo da parte dei Paesi Ue (cinque finora i Paesi che lo hanno approvato), alla Strategia di Lisbona e alla ricerca di stabilità nei Balcani. IL DIBATTITO SUL TRATTATO. “Il Trattato costituzionale entra nel processo di ratifica e la decisione finale spetta ai cittadini europei e ai Parlamenti nazionali” osserva HENRIK LESAAR, ripercorrendo le tappe del percorso iniziato con la presentazione del progetto di trattato da parte della Convenzione europea nel luglio 2003, seguita dall’adozione e dalla firma dei capi di Stato e di governo nell’ottobre dello scorso anno. Ora “l’Unione europea sta posando il terzo e ultimo fondamento sul cammino verso la costituzione. Da qui al 1° novembre 2006 tutti gli Stati membri dovrebbero a loro volta ratificare il Trattato”. Due le modalità possibili: tramite voto del Parlamento nazionale o referendum. “Ungheria, Slovenia e Lituania hanno già proceduto alla ratifica con il voto positivo dei rispettivi Parlamenti nazionali” (anche l’Italia, lo scorso 6 aprile, ndr), rileva Lesaar, sottolineando inoltre che “il primo Stato a sottoporre il trattato a referendum è stata la Spagna lo scorso 20 febbraio” che lo ha approvato “a larga maggioranza”. È ovunque “molto animato il dibattito che accompagna tale processo” avverte il giornalista. Di qui la necessità che “esso si svolga con cognizione di causa; circa i contenuti del documento, e sulle conseguenze del Trattato per il futuro dell’Europa”. I responsabili “della politica hanno il dovere di accogliere questa sfida; essi sono chiamati rinunciare ad ogni polemica e ad impiegare argomenti pertinenti”, ma per Lesaar “grande è anche la responsabilità dei cittadini: essi devono informarsi sul tema, impegnarsi nel pubblico dibattito e, infine, accompagnare il voto dei loro rappresentanti in Parlamento o partecipare di persona al referendum”. Quale il compito della Chiesa? “Le Chiese locali – avverte – possono offrire un contributo significativo incoraggiando un costruttivo confronto in nome del bene comune, e richiamando i cittadini a partecipare al dibattito e a recarsi alle urne”. RICERCA, SVILUPPO, INNOVAZIONE. Cinque gli ambiti ritenuti prioritari dalla Banca europea per gli investimenti (Bei): “la coesione economica e sociale, il sostegno alla Strategia di Lisbona, lo sviluppo delle Reti trans-europee (Rte), la protezione dell’ambiente e il sostegno alla politica di sviluppo e di cooperazione dell’Unione europea” annota CLARE COFFEY. Istituita dal Trattato di Roma al fine di finanziare progetti di investimento a lungo termine coerenti agli obiettivi dell’Unione, “la Bei ha erogato nel 2004 circa 43,2 miliardi di euro – prosegue Coffey – per lo più destinati a progetti che si sviluppano all’interno dell’Unione a 25; essa concede prestiti inoltre a Paesi candidati come la Bulgaria e la Romania ed ha sostenuto programmi di sviluppo nei Balcani”. Centrale, si legge ancora, “il ruolo della Bei nel finanziamento dei progetti correlati alla realizzazione della Strategia di Lisbona” di cui “si avvicina la verifica di metà percorso”. “Ricerca, sviluppo e innovazione; sviluppo delle piccole e medie imprese; capitale umano e reti tecnologiche, di informazione e comunicazione”: questi gli ambiti su cui investire”, conclude Coffey, che tuttavia precisa: “per far prosperare la società europea l’erogazione di denaro non basta. Occorre che la verifica della Strategia di Lisbona prenda in considerazione la necessità di un’autentica innovazione”. QUALE STABILITA’ NEI BALCANI? “L’apertura dell’Unione europea verso i Balcani sarà possibile soltanto se un’autentica stabilità e una pace vera saranno assicurati in questi paesi con l’aiuto della Ue”. Ne è convinto MARC DE GEYER, che rimarca come, ad esempio, “la situazione della Bosnia-Erzegovina richieda ancora, a dieci anni dalla fine del conflitto, la presenza di truppe straniere per il mantenimento della pace” e “la crisi del Kosovo non abbia trovato soluzioni accettabili per tutti”. Nel processo di riconciliazione un ruolo strategico spetta alle religioni, “spesso brandite come bandiere di conflitti fratricidi”, i cui responsabili, afferma De Geyer, “devono attivarsi seriamente per promuovere non solo il dialogo reciproco, ma anche ‘l’apprendimento della vita’ tra comunità diverse”.