“Gli obiettivi della legge sono accettabili ma restano delle ambiguità che è necessario chiarire”. E’ il parere dei vescovi francesi sulla legge relativa ai diritti dei malati e alla fine della vita, da molti definita del “diritto a morire”, votata il 12 aprile definitivamente dal Senato, dopo l’approvazione ricevuta il 30 novembre del 2004 dall’Assemblea nazionale. In un comunicato del 13 aprile il presidente dei vescovi transalpini, mons. Jean-Pierre Ricard, arcivescovo di Bordeaux, afferma che “molto dipenderà dal modo in cui la legge sarà interpretata ed applicata dai medici. E’ dunque auspicabile che le autorità competenti vigilino perché, in contesti così delicati, vengano applicate norme di buona pratica medica”. Per quanto concerne le cure da mantenere, salvo rifiuto esplicito del malato, in caso di arresto del trattamento mons. Ricard ricorda una precedente dichiarazione del 20 settembre 2004 in cui si giudicava “irragionevole e disumano prolungare l’agonia. Se la morte è ineluttabile e vicina totale priorità deve essere data alla lotta contro il dolore e all’accompagnamento del malato. Diversamente l’arresto del trattamento è compatibile con una vita più o meno lunga a condizione che siano date le cure necessarie. Può accadere che il malato rifiuti ogni altro trattamento ad eccezione delle cure ‘placebo’. A questo punto i medici non potranno fare altro che inchinarsi alla volontà del malato dopo aver usato ogni mezzo di dialogo. Per tutti gli altri casi è conveniente mantenere le cure ed in particolare cercare la maniera più adeguata di alimentare il malato o di fornirgli gli elementi nutritivi”. Con questo voto si introduce nella legislazione francese il principio del ‘diritto a morire’. Il provvedimento prevede che le cure mediche non devono essere “continuate con ostinazione irragionevole”. Una persona in fase terminale, per la legge, può decidere di limitare o interrompere ogni terapia e può autorizzare farmaci antidolorifici anche se questi possono accelerare la morte.