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Coesione sociale,” ” obiettivo da non penalizzare” “” “
“Senza una riflessione e un apporto costruttivi fondati sui fatti da parte di tutti gli attori interessati, compresa la Chiesa e le realtà cristiane, vi è ragione di temere che l’equilibrio fra i tre pilastri (della Strategia di Lisbona, ndr) non venga rispettato e che un’ambizione economica senza freni divenga il motore delle politiche dell’Unione”. A lanciare l’allarme è il segretario generale della Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece), NOËL TREANOR . La Strategia di Lisbona, frutto del Consiglio europeo straordinario tenutosi nella capitale del Portogallo nel marzo 2000, si propone di far divenire, entro il 2010, l’Europa “l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile, nuovi posti di lavoro, e maggiore coesione sociale”. Nell’editoriale del numero di aprile di “Europe infos”, mensile della Comece e dell’Ufficio cattolico di informazione e iniziativa per l’Europa (Ocipe) di cui è direttore, Treanor mette in guardia sui rischi che, giunti a metà percorso, l’obiettivo della coesione sociale venga penalizzato rispetto allo sviluppo economico. Immigrazione e alto tasso di disoccupazione sono altri temi trattati nella rivista. FEDELE A SE STESSA. “Obiettivi ambiziosi sul piano economico, sociale e ambientale” quelli della Strategia di Lisbona, annota il segretario generale Comece, la cui realizzazione richiede “un ripensamento radicale della medesima Strategia”. “Nella promozione dello sviluppo e della concorrenza all’interno dell’Unione europea” è centrale “la coerenza tra il pilastro economico e il pilastro sociale. La dimensione sociale non può essere lasciata in sospeso – avverte Treanor – nell’attesa che il pilastro economico dia risultati”. Di qui la necessità che “il modello sociale europeo venga riorganizzato e rinforzato, senza che ciò avvenga a spese della generazioni future o dell’ambiente”. Riferendosi al documento redatto nelle scorse settimane dalla Comece, “Rinforzare il modello sociale europeo – Tesi sul rinnovamento della Strategia di Lisbona dell’Unione europea”, il segretario generale ribadisce “il ruolo fondamentale giocato dalla famiglia nella cura, nel sostegno e nell’educazione dei cittadini: la famiglia – sottolinea – è un fattore intrinseco al dinamismo dell’economia”. Solo “restando fedele a se stessa”, conclude, l’Europa può evitare il rischio che “un’ambizione economica senza freni” divenga “il motore delle sue politiche”. NON SOLO CAPITALE UMANO. “Fino a quando i migranti verranno considerati soltanto un capitale umano di cui disporre liberamente, la loro integrazione potrà sollevare gravi difficoltà” afferma HENRIK LESAAR. Dopo il Consiglio europeo dello scorso marzo, e in attesa del piano d’azione sull’immigrazione legale che la Commissione dovrà presentare entro dicembre 2005, e la cui messa in opera dovrebbe collocarsi lungo il 2006, Lesaar rileva che “la nuova legislazione è volta ad evitare la scarsità di manodopera qualificata nell’Ue e lo squilibrio tra domanda e offerta in settori strategici del mercato del lavoro” e, pertanto, è ispirata ai “vantaggi che l’immigrazione legale comporta per lo sviluppo economico della nostra società”. Un “approccio costruttivo” ma “insufficiente”, osserva l’autore dell’articolo, perché “guarda ai migranti altamente qualificati e ignora quelli meno qualificati, escludendo così un largo segmento della popolazione migrante”. Non considera inoltre “gli immigrati clandestini”, ed “è incline a percepire la migrazione unicamente come fenomeno economico” con il rischio che “chi viene a lavorare da noi veda sbeffeggiati la propria dignità e i propri diritti”. Di qui l’esortazione di Lesaar alle “Chiese e alle loro organizzazioni”, chiamate a “porre in evidenza queste lacune, sottolineando viceversa il contributo positivo che l’immigrazione può arrecare alla società”. EUROPA E DISOCCUPAZIONE. Secondo Eurostat, il tasso medio di disoccupazione nell’Ue rimane stabile all’8,8% (pari al valore rilevato nel 2002), ma sono enormi le disparirà tra Paese e Paese. Nella “vecchia Europa a 15” sottolinea CLARA COFFEY, si va dai tassi minimi di Irlanda (4,3%) e Lussemburgo (4,4%) a percentuali significativamente più elevate: 7,8% in Italia e 10,3% in Spagna. Ma “la situazione si complica ulteriormente con la disoccupazione che affligge ‘la nuova Europa dei 10′”; qui il tasso è mediamente “il doppio di quello dell’Europa a 15”, per toccare in Polonia il 18,2%. “Le differenze tra le industrie e le strutture per l’impiego” dei Quindici e dei nuovi Dieci “hanno un effetto di distorsione sull’insieme del fenomeno – osserva Coffey – ed è preoccupante la disoccupazione strutturale a lungo termine che si registra in questi ultimi Paesi”, ma anche “la disoccupazione giovanile, pari nell’Europa allargata al 18,7%”. Cifre che per Coffey “non promettono nulla di buono”; l’obiettivo della piena occupazione nell’Ue fissato dal Consiglio europeo di Barcellona nel 2002 è ancora lontano e “l’Europa ha più che mai bisogno di una riforma economica strutturale”.