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Radovan Karadzic: ” “una delle ombre che oscurano ” “i Paesi dell’ex-Jugoslavia” “
Radovan Karadzic, ex leader dei serbi di Bosnia, formalmente è latitante. Eppure, nella sostanza, continua a incidere pesantemente sui delicati equilibri dei Paesi che compongono la ex-Jugoslavia. Tanto da non esitare, nei giorni scorsi, a comparire sui due principali quotidiani montenegrini (“Dan” e “Pobjeda”) per salutare con un necrologio la morte della madre 83enne, scomparsa a Niksic, piccolo centro del Montenegro. A pochi giorni dall’emblematica e impavida comparsa di Karadzic, artefice del piano di pulizia etnica perpetrato dai serbi in Bosnia tra il 1992 e il 1995 contro i musulmani e i cattolici (per lo più croati) e latitante numero uno del Tribunale dell’Aja, gli echi del gesto non si sono ancora spenti. I SOSPETTI DELLA NATO. Nella Repubblica di Serbia e Montenegro così come a Banja Luka, la città capitale della Repubblica Srpska; proprio qui, nell’entità territoriale a maggioranza serba della Bosnia, si concentrano i principali sospetti delle forze militari Nato riguardo a un possibile nascondiglio di Karadzic, che ha fatto perdere le sue tracce dall’estate 1996, all’indomani della sua incriminazione da parte del Tribunale penale internazionale. Karadzic in Repubblica Srpska? “Certo non è escluso osservano alcuni componenti della numerosa comunità italiana presente a Banja Luka -, ma è anche vero che qui sono in molti a detestare l’ex leader. Lo ritengono colpevole, insieme al suo generale Ratko Mladic, di aver difeso soprattutto i propri interessi”. E di aver posto le premesse per una repubblica a maggioranza serba ma di fatto in posizione di minoranza dentro allo Stato bosniaco e considerata al pari della Serbia il principale colpevole del dramma jugoslavo. UNO STATO CHE NESSUNO VUOLE COSI’. Quello della Repubblica Srpska, che insieme alla Confederazione croato-musulmana (con capitale Sarajevo) compone lo Stato federale bosniaco, è peraltro solo uno dei tanti paradossi che caratterizzano la Bosnia odierna, “uno Stato osserva don Ante Komadina, direttore della Caritas di Mostar che nessuno vuole organizzato in questo modo”. Un Paese diviso in due parti ma che nasconde ulteriori sotto-comunità (la Confederazione, infatti, è articolata in cantoni), in teoria amministrata da un governo autonomo eletto dal popolo ma di fatto retta dall’Alto rappresentante della comunità internazionale (attualmente l’inglese Paddy Ashdown). La moneta corrente, il marco convertibile, è ancorata a una valuta che non esiste più, la disoccupazione sfiora il 50% e appena un giovane su venti di norma va a votare. Città-emblema delle contraddizione bosniache è Mostar (letteralmente “guardiana del ponte”). Prima danneggiata dai serbi che tra l’altro hanno completamente devastato la chiesa cattolica dei santi Pietro e Paolo -, nella seconda fase del conflitto serbo-bosniaco-croato è divenuta oggetto di contesa tra i musulmani di Bosnia e i croati cattolici. Il risultato è stata una città di 100mila abitanti quasi completamente rasa al suolo, con rarissime eccezioni. L’antico ponte seicentesco sul fiume Neretva è caduto sotto il tiro dell’artiglieria croata nel novembre 1993. Ricostruito nelle forme originali, il 22 luglio 2004 il monumento simbolo della città è stato inaugurato nuovamente, ma le tracce della violenza di dieci anni fa segnano ancora le vie di Mostar. “Mostar racconta ancora don Komadina si trova soggetta a uno status particolare: ognuna delle tre etnie presenti (in maggioranza croati cattolici, seguiti dai bosniaci musulmani e dai serbi ortodossi) elegge regolarmente i propri leader, ma il meccanismo Onu prevede che nessuna possa raggiungere la maggioranza”. L’EREDITA’ DELLA GUERRA. La guerra, di fatto, ha lasciato in eredità una città divisa in due (con un quartiere musulmano e un altro cattolico), ma “le tensioni politiche, per fortuna prosegue il direttore della Caritas si stanno in parte allentando: le comunità dialogano tra loro e a molti problemi si cerca una soluzione condivisa”. Le emergenze, piuttosto, sono altre: “Il lavoro aggiunge è sempre più difficile da trovare e inevitabilmente le pensioni sono insufficienti; basta pensare che i pensionati ricevono, in media, 100 euro al mese”. La situazione è aggravata dalla progressiva ritirata delle associazioni umanitarie, che fino all’anno scorso hanno giocato un ruolo decisivo nell’opera di ricostruzione della città. A farne le spese sono soprattutto le famiglie con anziani, bambini, handicappati a carico: “Lo Stato conclude don Komadina non eroga alcun contributo e l’anno scorso abbiamo consegnato migliaia di sacchetti di prodotti alimentari. È un brutto segno: dal 1995 a oggi non ci eravamo mai trovati a fronteggiare una situazione così grave”.