costituzione europea" "

Aspettando Parigi” “

L’esito negativo del referendum ” “di ratifica in Francia potrebbe ” “aprire per l’Europa un tempo di immobilismo politico ed economico” “” “

Dopo l’allargamento dei confini dell’Unione, la creazione di una moneta unica, la moltiplicazione dei settori in cui prevale l’esigenza di “comunitarizzare” le politiche (dalla lotta al terrorismo alla tutela dei consumatori, dal sostegno alle aree depresse fino agli aiuti umanitari), occorre un punto fermo in Europa. E la Costituzione potrebbe rappresentare questa certezza, così da affrontare le sfide che l’Ue ha di fronte con un testo giuridico che chiarisca l’identità europea, ponendo nero su bianco i valori di fondo e i grandi obiettivi comuni, realizzando quelle riforme istituzionali di cui ha bisogno una “famiglia” non più di 6 paesi fondatori, ma di 25, 27 o 30 Stati. Sono alcune delle convinzioni di fondo che si sono fatte largo in questi giorni a Bruxelles e nelle istituzioni comunitarie, in attesa dell’esito del voto francese per la ratifica del Trattato costituzionale. Francesi e olandesi alle urne. Gli elettori francesi sono chiamati alle urne domenica 29 maggio; il 1° giugno toccherà i Paesi Bassi, seguiti a luglio dal Lussemburgo e, dopo l’estate, da Polonia e Danimarca. Alcuni Paesi – nove in tutto – hanno deciso di sottoporre al parere dei cittadini la Carta firmata a Roma il 29 ottobre scorso; gli altri 16 hanno optato per la via parlamentare. Da otto capitali è già arrivata l’approvazione definitiva del testo, gli altri dovranno provvedere entro l’autunno 2006. Dopodiché si procederà a una verifica; se tutte le nazioni aderenti alla comunità avranno detto “sì” al Trattato, questo potrà entrare il vigore il 1° novembre 2006. Altrimenti saranno i capi di Stato e di Governo dei Venticinque a decidere assieme come procedere. Le ipotesi sono diverse: concedere altro tempo per la ratifica a quei Paesi che hanno espresso un primo parere negativo; procedere con un’Unione a “due velocità” (un nucleo più integrato di Stati e un gruppo che decide di “allentare” i legami con Bruxelles); oppure, ipotesi meno probabile, prevedere la rescissione dall’Ue degli Stati che hanno respinto la Carta. In Europa occhi puntati su Parigi. Certamente i riflettori nel vecchio continente sono puntati su Parigi, dove in queste settimane si è svolto un dibattito ampio e serrato (durante il quale sono intervenuti rappresentanti dell’associazionismo, del mondo economico e sindacale, delle chiese…), che ha consentito ai cittadini di chiarirsi le idee non solo sul contenuto dell’articolato, ma anche sul valore complessivo della Carta. D’altro canto i principali osservatori politici hanno rilevato come in Francia il giudizio sulla Costituzione si sia “incrociato” con una serie di problemi politici interni. A questo proposito Jacques Delors, già presidente della Commissione europea, ha più volte insistito nei suoi interventi pubblici sul fatto che “non bisogna confondere il referendum sulla Costituzione con il voto per le presidenziali di Francia”. Lo stesso Delors, così come la gran parte dei leader politici del Paese, si è speso nella lunga campagna referendaria, ricordando che “in caso di vittoria del ‘no’ si aprirebbe un periodo di immobilismo economico”, mentre per l’Europa si creerebbe “una impossibilità a parlare nel mondo per due o tre anni, perché sarà occupata nei suoi problemi interni”. Dal canto suo il primo ministro Jean-Pierre Raffarin (le sorti del cui governo appaiono più che mai legate all’esito del referendum) ha affermato che se gli elettori respingessero la Carta “si aprirebbe una fase di crisi politica” in Francia e in Europa, con “gravi conseguenze economiche”. Tra i politici schierati per il “sì” s’è messo in evidenza lo stesso presidente della Repubblica, Jacques Chirac, che si è più volte rivolto ai cittadini e in particolare ai giovani: “Guardiamo avanti – ha invitato Chirac -, portando la Francia in Europa, rafforzando il cammino dell’integrazione tra i popoli e gli Stati europei”. Aiuti “esterni” a favore del “sì”. Nel fronte del “sì” si sono ritrovati i partiti conservatori che sostengono il governo Raffarin, i socialisti, i verdi. Sul versante opposto una parte dei socialisti, i comunisti e le destre estreme. Le due fazioni hanno ingaggiato testimonial riconosciuti dal grande pubblico: intellettuali, attori, calciatori, giornalisti, artisti. Il governo si è rivolto a uno dei volti più noti in Francia, l’attore Gerard Depardieu, che si detto “assolutamente convinto di dire sì all’Europa”. L’ex presidente della Repubblica, Valery Giscard d’Estaing, che aveva guidato la Convenzione incaricata di redigere la bozza del testo del Trattato, ha fatto appello “alla saggezza istintiva dei francesi”. Ha quindi invitato i connazionali a dare parere favorevole, “per non isolare la Francia in Europa con un ‘no’ che sarebbe un gesto di inimicizia e aggressivo verso i nostri partner”. Lo schieramento del “sì” ha avuto anche numerosi sostegni “esterni” e molti politici europei sono giunti in Francia per la campagna elettorale. Tra le voci più autorevoli quella del presidente del Parlamento europeo, lo spagnolo Josep Borrell, di diversi esponenti della Commissione, lo stesso presidente della Commissione, il portoghese José Manuel Durao Barroso e quello di turno del Consiglio Ue, il lussemburghese Jean-Claude Junker. I due hanno annunciato per domenica sera, a seggi chiusi, un intervento congiunto.