storia" "

Pagine di democrazia” “

I ‘padri nobili’ ” “dell’architettura europea” “” “

Nel lungo cammino verso l’unità europea, non si è sempre avvertita la necessità di una carta costituzionale, ossia di un testo giuridico fondamentale che ne disegnasse l’architettura politico-istituzionale. Tale esigenza, peraltro già coltivata dai “padri fondatori”, si è progressivamente consolidata con il crescere e l’affermarsi dell’integrazione comunitaria. D’altro canto si può osservare come sin dagli esordi dell’idea di una “Europa unita” sia stato costante il tentativo di individuare solide fondamenta valoriali e un'”anima” per la “casa comune”, così da rinsaldare i legami tra i popoli e gli Stati e rafforzare l’edificio politico che prendeva forma (Comunità europea del carbone e dell’acciaio, 1951; Comunità economica europea, 1957; Unione europea, 1992). Da Hugo ad Adenauer, passando per Churchill. In questa direttrice storica assume grande rilevanza la scommessa referendaria del 29 maggio in Francia per la ratifica del Trattato costituzionale Ue, cui seguirà, tre giorni dopo, analoga consultazione nei Paesi Bassi. Su Parigi sono orientati gli occhi di mezza Europa: il risultato del voto, infatti, influenzerà certamente l’iter di ratifica negli altri Paesi dell’Unione. Per intuire la portata storica del referendum francese e la basilare rilevanza della Costituzione sulla strada di una Unione coesa, fondata sul diritto e la dignità della persona, aperta al mondo, occorre tornare ancora una volta ai “padri nobili”. Una lunga schiera di letterati, politici, intellettuali di varia nazionalità e matrice culturale che, soprattutto fra ‘800 e ‘900, ha indicato la via della “consapevolezza europea” e della sua “missione civile” a livello planetario. Non senza enfasi il francese Victor Hugo nel 1849 affermava: “Verrà un giorno in cui non vi saranno più francesi, inglesi, italiani e tedeschi, ma tutte le nazioni del continente, senza perdere le loro qualità e le loro gloriose individualità, si fonderanno strettamente in una unità superiore che costituirà la fraternità europea”. Emergono dalle parole dello scrittore l’obiettivo primo dell’unità europea, ossia la pace, e il metodo per una solida costruzione: l’unità nella diversità. Temi riscontrabili nel pensiero e nell’opera di altri grandi europeisti, fra i quali – venendo a un’epoca più recente – il premier inglese Winston Churchill, il cancelliere tedesco Konrad Adenauer, il federalista italiano Altiero Spinelli, lo statista belga Paul-Henri Spaak e il francese Jean Monnet, ispiratore della Dichiarazione Schuman (9 maggio 1950) che portò alla nascita della Ceca. Schuman: “Dare un’anima all’Europa”. Nella visione del politico cattolico francese Robert Schuman, “l’integrazione politica deve essere il complemento necessario all’integrazione economica… L’Europa unita prefigura la solidarietà universale dell’avvenire”. Schuman, da molti considerato il vero promotore del processo unitario, insiste: questo insieme di popoli “non potrà e non dovrà restare un’impresa economica e tecnica. Bisogna darle un’anima. L’Europa non vivrà e non si salverà che nella misura in cui essa avrà coscienza di se stessa e delle sue responsabilità, dove essa farà ritorno ai principi cristiani di solidarietà e di fraternità”. Essenziale risulta il ruolo dei cittadini credenti: “L’Europa è la culla e la guardiana della democrazia”, ma “la democrazia deve la sua esistenza al cristianesimo. Essa è nata nel giorno in cui l’uomo è stato chiamato a realizzare nella sua vita quotidiana la dignità della persona umana, nella sua individuale libertà, nel rispetto dei diritti di ciascuno e nella pratica dell’amore fraterno verso tutti” ( Pour l’Europe, 1963). Cristianesimo, retaggio comune. Sui fondamenti dell’Europa unita si è più volte pronunciato un altro fondatore dell’avventura comunitaria, il primo ministro italiano Alcide De Gasperi, anch’egli fervente cattolico: “Se con Toynbee io affermo che all’origine di questa civiltà europea si trova il cristianesimo, non intendo con ciò introdurre alcun criterio confessionale esclusivo nell’apprezzamento della nostra storia. Soltanto voglio parlare del retaggio europeo comune, di quella morale unitaria che esalta la figura e la responsabilità della persona umana col suo fermento di fraternità evangelica, col suo culto del diritto ereditato dagli antichi, col suo culto della bellezza affinatosi attraverso i secoli, con la sua volontà di verità e di giustizia acuita da un’esperienza millenaria” (discorso alla Conferenza parlamentare europea, 1954). A ben guardare è la stessa Europa chiamata da Giovanni Paolo II a valorizzare le proprie “radici cristiane” ( Ecclesia in Europa, 2003), misurandosi – come ha spiegato Benedetto XVI – con la “crisi delle culture”, recuperando “i suoi fondamenti spirituali” e portandovi la speranza evangelica. In quest’ottica anche la Costituzione Ue, sottoposta a referendum in Francia, pur mostrando alcuni limiti etici e giuridici, assume un ruolo di primo piano per il futuro comunitario, tale da renderla necessaria benché imperfetta.