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La Francia che fu a lungo un motore dell’Europa ha scelto contro l’Europa. Tale scelta è terribile non soltanto per l’evoluzione dell’Europa ormai bloccata, ma anche e forse soprattutto per ciò che rivela della società francese, una società che sceglie il ripiegamento e ha paura del futuro. La costruzione europea significa da più di cinquant’anni l’adesione a un grande progetto, alla costruzione poco a poco di un’entità nuova, che rifiuta il tragico della storia per far camminare popoli diversi e ostili tra di loro sullo stesso cammino della riconciliazione, della pace, dell’amicizia; significa percorrere una strada lunga, difficile. Ma tale costruzione è anche un’alta scuola di democrazia che suppone ricerca di compromessi, negoziazioni delicate e, soprattutto, fa appello all’intelligenza e al senso del rispetto e dell’accettazione dell’altro. L’Europa è una costruzione complessa. Rifiutarla significa lasciarsi dominare dall’istinto. È facile dire no, invece che sì. Il primo istinto è la paura. È facile dire no, rifiutare di avanzare verso il largo rimanendo sulla riva, al riparo; è più difficile dire sì all’avvenire, correre il rischio di un futuro diverso, avanzare nuovi verso orizzonti, accogliere l’altro e convivere con lui. La campagna del referendum in Francia ha liberato gli istinti fino ad oggi sotto controllo dalla seconda guerra mondiale: la paura, il nazionalismo, la xenofobia. Da tre mesi i partigiani del no hanno proclamato il loro attaccamento al mito della grandezza francese, hanno esaltato la Francia come guida dell’Europa e del mondo; la Francia deve andare “all’assalto del mondo” ha detto qualcuno; deve “liberare” l’Europa dall’impronta del liberalismo ha affermato qualcun altro. La campagna ha scatenato la xenofobia per non dire il razzismo contro tutti: olandesi, tedeschi, polacchi, cechi, turchi ed anche cinesi, con termini che si potevano sperare dimenticati definitivamente. La campagna si è fissata anche, a un certo punto, sulla minaccia rappresentata per l’economia francese e per l’occupazione dei francesi, dall’idraulico polacco. Perché l’idraulico polacco? Mistero della passione e di reazioni irrazionali di fronte ad un’Europa nuova. Certo il voto negativo dei francesi si spiega anche con il rifiuto della politica del presidente della Repubblica e del suo governo, ma c’è anche un problema di fondo particolarmente preoccupante: l’istinto di paura dell’altro, di tutti gli altri, e quello del ripiegamento che ha finito per vincere. Fondamentalmente i francesi non accettano che il loro Paese, che ha un passato di nazione imperialistica, sia diventato un Paese come gli altri, una potenza media, che il suo “rango” come dicono alcuni politici, sia oggi paragonabile a quello della Spagna, della Germania o dell’Italia. Il tema della grandezza resta notevole nel dibattito pubblico, ma completamente sfasato rispetto alla realtà. Allora, invece di prendere atto dell’Europa e del mondo odierno, e di costruire con gli altri un rapporto di amicizia e di fiducia, si favorisce il sogno di dominio e l’istinto di disprezzo dell’Europa, a spese di chi non è francese. I francesi hanno davvero un problema con l’alterità. Altra osservazione pesante per le sue conseguenze, è il fatto che la vittoria del no è quella di una strana ed improbabile coalizione fra tutti i partiti e le organizzazioni che ricusano fondamentalmente i principi base della democrazia parlamentare: dai trotzkisti e da un partito comunista che resta stalinista, ai neofascisti, attraverso i cattolici maurrassiani. Se si fa il raffronto tra questo voto e quello delle elezioni presidenziali del 2002 con l’arrivo al secondo turno di Le Pen, allora tutta l’Europa può nutrire qualche preoccupazione per l’avvenire democratico della Francia. Altra ragione di inquietudine è la debolezza intellettuale e morale dei partigiani del sì che si sono dimostrati esitanti, prudenti, timorosi. Alcuni giornali, pur favorevoli al sì, non hanno voluto entrare in una campagna per il voto positivo mantenendo un equilibrio scrupoloso tra le due posizioni. Giovanni Paolo II aveva galvanizzato il popolo cristiano, in particolare i popoli europei con la sua chiamata: “Non abbiate paura ! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo ! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo”. È morto il 2 aprile. Non è stato necessario molto tempo perché la paura investisse di nuovo la politica. Il 29 maggio, una maggioranza di francesi ha fatto la scelta di fermarsi sulla strada europea e di chiudere alcuni confini.