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Una minoranza creativa” “

Non si può certo sottacere la preoccupazione per il futuro dell’Europa dopo il no francese, quello olandese al Trattato costituzionale e il rinvio del referendum inglese sullo stesso. Nessuno, d’altra parte, immaginava una facile costruzione europea e nessuno riteneva perfette le scelte legislative e politiche compiute negli ultimi tempi. Tuttavia questa battuta d’arresto solleva qualche amarezza e molte domande. Ancor più esige l’assunzione di nuove responsabilità pensando in particolare alle giovani generazioni d’Europa e del mondo. Non basta infatti consegnare loro alcuni grandi pagine di storia: occorre con loro e per loro progettare e costruire un’Europa come luogo e motore di pace, di libertà, di giustizia e, quindi, di speranza. Nel tempo del disorientamento è utile richiamare il percorso europeo così come lo pensava “profeticamente” ROMANO GUARDINI . “Il formarsi dell’Europa – affermava nel 1962 il filosofo italo-tedesco ricevendo a Bruxelles il Praemium Erasmianum – presuppone che ciascuna delle sue nazioni ripensi la sua storia e che intenda il suo passato in relazione al costituirsi di questa grande formula vitale. Ma quale misura di autosuperamento e di autoapprofondimento!”. Pensiero che poniamo accanto a quello noto, ma in questi giorni più incisivo che mai, del cardinale JOSEPH RATZINGER tratto da un suo discorso del 31 maggio 2004 a Roma. C’è un odio di sé dell’Occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico; l’Occidente tenta sì in maniera lodevole ad aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più se stesso; della sua propria storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro. L’Europa, per sopravvivere, ha bisogno di una nuova – certamente critica e umile – accettazione di se stessa. La multiculturalità, che viene continuamente e con passione incoraggiata e favorita, è talvolta soprattutto abbandono e rinnegamento di ciò che è proprio, fuga dalle cose proprie. Ma la multiculturalità non può sussistere senza costanti in comune, senza punti di orientamento a partire dai valori propri. Essa sicuramente non può sussistere senza rispetto di ciò che è sacro. Di essa fa parte l’andare incontro con rispetto agli elementi sacri dell’altro, ma questo lo possiamo fare solamente se il sacro, Dio, non è estraneo a noi stessi. Certo, noi possiamo e dobbiamo imparare da ciò che è sacro per gli altri, ma proprio davanti agli altri e per gli altri è nostro dovere nutrire in noi stessi il rispetto davanti a ciò che è sacro e mostrare il volto di Dio che ci è apparso – del Dio che ha compassione dei poveri e dei deboli, delle vedove e degli orfani, dello straniero; del Dio che è talmente umano che egli stesso è diventato un uomo, un uomo sofferente, che soffrendo insieme a noi dà al dolore dignità e speranza. Se non facciamo questo, non solo rinneghiamo l’identità dell’Europa, bensì veniamo meno anche ad un servizio cui gli altri hanno diritto. Per le culture del mondo la profanità assoluta che si è andata formando in Occidente è qualcosa di profondamente estraneo. Esse sono convinte che un mondo senza Dio non ha futuro. Pertanto proprio la multiculturalità ci chiama a rientrare nuovamente in noi stessi. Come andranno le cose in Europa in futuro non lo sappiamo. La Carta dei diritti fondamentali può essere un primo passo, un segno che l’Europa cerca nuovamente in maniera cosciente la sua anima. In questo bisogna dare ragione a Toynbee, (Arnold Toynbee storico e filosofo inglese, 1889-1975 ndr) che il destino di una società dipende sempre da minoranze creative. I cristiani credenti dovrebbero concepire se stessi come una tale minoranza creativa e contribuire a che l’Europa riacquisti nuovamente il meglio della sua eredità e sia così a servizio dell’intera umanità.