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Non una cosa in più da fare, ma una verifica della qualità della missione, inserita nel percorso ordinario delle Chiese locali. O, per dirla con la recente Lettera al laicato, “sarà un appuntamento in cui verificare se e in quale misura noi cristiani siamo oggi, di fatto, presenti e incisivi nel mondo contemporaneo quali testimoni di Gesù Risorto; se e come siamo in grado di accendere il fuoco della speranza dentro questo tempo, affinché si apra al suo autentico destino che è il regno di Dio”.
I vescovi italiani vedono così il cammino di preparazione al Convegno di Verona dell’ottobre 2006: un grande laboratorio di testimonianza ecclesiale. E, nel documento preparatorio, ne indicano anche il percorso: dalla contemplazione di Gesù, “nome della speranza cristiana”, all’identità missionaria del credente, fino alle forme della sua testimonianza.
È lo stesso sviluppo della Novo millennio ineunte e degli Orientamenti pastorali di questo primo decennio del duemila, nel cuore del quale il Convegno di Verona si inserisce per dare nuovo impulso allo slancio di evangelizzazione.
Quello di Palermo era stato il convegno della “conversione pastorale”, espressione con cui la Chiesa italiana diceva a se stessa di non volersi limitare alla conservazione dell’esistente, per passare a una pastorale di missione permanente. Ora è tempo di verificare quanto ciò si sia effettivamente realizzato.
E, allo stesso tempo, di ricondurre a un punto di sintesi le direttrici lungo cui ci si è mossi in questi anni: l’impegno di rievangelizzazione, il progetto culturale, la “pastorale della santità” indicata da Giovanni Paolo II dopo l’esperienza del Giubileo.
Come si è “ristrutturata” l’azione della Chiesa per rispondere alle sfide di una società secolarizzata? Quanto è riuscita a stabilire un rapporto fecondo con la vita degli uomini di oggi?
Sono questi gli interrogativi di fondo che accompagneranno le comunità cristiane nei sedici mesi che le separano dall’appuntamento veronese. Insieme alle tante domande che la traccia di riflessione, appena consegnata alle stampe, contiene a ogni capitolo.
Una griglia che incrocia tutti gli aspetti della vita cristiana, dalla contemplazione alla formazione delle coscienze, dalla vita spirituale all’azione per trasformare il mondo.
A Palermo erano stati individuati cinque ambiti attraverso cui evangelizzare e rinnovare il Paese: cultura e comunicazione, impegno sociale e politico, amore preferenziale per i poveri, famiglia, giovani.
Avvicinandosi a Verona, saranno messe a fuoco altrettante caratteristiche dell’esperienza umana, che la speranza cristiana illumina e rinnova: la vita affettiva, il lavoro e la festa, la fragilità di tante situazioni, la trasmissione fra le generazioni, la cittadinanza.
È una scelta significativa, che si accompagna al riconoscimento di quanto i momenti della vita quotidiana sono gradualmente usciti dall’agenda pastorale. Ciò che non cambia rispetto a Palermo è il metodo e l’atteggiamento fondamentale: quello del discernimento, personale e comunitario. Esso stesso ricordano i vescovi è un modo per rendere testimonianza alla verità.
Dietro a questo passaggio si può vedere anche la “scelta antropologica” della Chiesa italiana di oggi: quella che considera Cristo e l’uomo così inseparabilmente legati, che la missione è prima di tutto vivere e generare questa relazione profonda tra i due, capace di ridisegnare i contorni stessi della vita quotidiana, gli atteggiamenti, gli stili, i modi di pensare, di amare, di scegliere.
Dal Vangelo della carità al Vangelo della speranza il passo è breve. Perché solo un’esperienza cristiana che si manifesta come amore ricevuto e offerto può rispondere a quella domanda di novità che, nonostante le grandi trasformazioni di oggi, resta ancora viva nel cuore dell’uomo.
Quello di Verona non sarà un convegno sui laici, ma è chiaro che ad essi in particolare guarda la Chiesa nell’attuale momento storico. Da questo percorso uscirà trasformata la stessa esperienza di Chiesa.
E l’immagine che di essa oggi è diffusa: non un centro di interessi o di servizi, ma una comunità a servizio della speranza di ogni uomo.
Ernesto Diaco
(22 giugno 2005)